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Asterisco Informazioni di Fabrizio Stelluto

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ALLA FENICE UN OLANDESE CHE VOLA TROPPO BASSO

06/07/2023
Che senso può avere riproporre oggi, seppure attraverso l’opera di Wagner, l’antica leggenda dell’Olandese volante (Der fliegende Holländer nell’originale) o, come si preferiva dire in Italia, del vascello fantasma? Una leggenda meravigliosa e profonda, a dire il vero, al di là delle sinistre e lugubri brume nordiche di cui si ammanta, perché ci racconta qualcosa di importante sull’essere umano, sulla sua natura, sul suo destino.
In effetti l’Olandese, che percorre i mari in lungo e in largo alla ricerca del porto sicuro e definitivo, della vera patria in cui ritrovare sé stesso, alla fine dell’amore assoluto e incondizionato dal quale essere abbracciato ed accolto, non ha nulla di irrazionale, come invece sembra supporre il maestro Markus Stenz, cui è affidata la direzione della nuova produzione dell’opera rappresentata alla Fenice. L’Olandese, invece, porta dentro di sé le stigmate di ogni essere umano che, dalle origini del mondo fino ad oggi, non conosce pace finché non riesce almeno ad intravedere la propria patria, là dove sarà abbracciato per quello che è, pacificato nelle proprie tensioni e ferite, rassicurato sulla meta ove è atteso e dalla quale nello stesso tempo proviene.

È più intuitivo il regista di questa produzione veneziana, il polacco Marcin Łakomicki, quando afferma che la leggenda dell’Olandese e di Senta “si allontana da vicende storiche o ancorate geograficamente” aprendosi “verso terreni più vasti, che riguardano l’umanità nella sua lettura cristiana”; per poi aggiungere che entrambi i protagonisti “sono contraddistinti dal desiderio. Lui di...ottenere la grazia di Dio e consistere finalmente in un luogo. Lei, al contrario, desidera...il distacco da un mondo, quello in cui è immersa, che può sembrare noioso nella sua quotidianità”. Con una precisazione, però: il desiderio di Senta in realtà è più profondo e totalizzante, è il desiderio di donarsi a chi si ama per salvarlo, perché la ragazza sa che solo in questa suprema offerta di sé la sua vita si riempie di significato e trova compimento.

Che senso ha dunque – torniamo alla domanda di partenza – proporre questa leggenda così ricca e così profonda all’uomo di oggi? Un uomo che sembra una scheggia impazzita e in perenne agitazione come l’Olandese, ma che di quest’ultimo non pare condividere la tensione verso la ricerca di un approdo definitivo, tantomeno se inteso come l’amore totalmente oblativo incarnato da Senta. Ma forse è proprio per questo suo disorientamento esistenziale che c’è bisogno di riparlargli di questa storia: una storia di peccato e di salvezza, una storia che racconta che anche il male più buio e incancrenito può essere redento se abbracciato da un amore che si dona.
Purtroppo Marcin Łakomicki, forse per un eccesso di intellettualizzazione dovuto alla sua lunga frequentazione del mondo teatrale tedesco, lascia cadere la sua intuizione originale che vede il desiderio come fattore motivante ed unificante dei comportamenti dell’Olandese e di Senta; o, per meglio dire, non la valorizza nei primi due atti, per poi complicarla inutilmente nel terzo.
I primi due atti scorrono secondo un’impostazione astratta e minimalista che risulta poco attraente e, il che è ancora più grave, povera di contenuti almeno percepibili, con una scenografia (Leonie Wolf) ridotta quasi a niente, salvo la prua della nave all’inizio e di tanto in tanto delle rocce stilizzate come in un panorama di Manhattan, costumi anonimi (Cristina Aceti) della consueta foggia genericamente moderna, luci (Irene Selka) funzionali ma certo non in grado di fare spettacolo da sole. I solisti, poi, vengono fatti muovere secondo criteri tutto sommato convenzionali, mentre il coro si presenta come una massa disordinata e dall’agire non ben definito in particolare all’inizio del secondo atto, nella scena cosiddetta delle filatrici.

Insomma, fino a questo momento non si va oltre un’astrazione minimalista programmatica, che lascia a bocca asciutta tanto sul piano estetico quanto su quello per così dire etico, cioè dei contenuti comunicati al pubblico. Ciò nonostante lo spettacolo, pur nella sua estrema essenzialità, a suo modo è lineare e gli spettatori possono seguirlo senza farsi venire il mal di testa. Cefalea assicurata, invece, nel terzo atto. Qui il dichiarato tema del desiderio diventa il pretesto di un’elucubrazione autoreferenziale che si serve sistematicamente dell’ormai logoro espediente dei doppi, già sobriamente presenti nel secondo atto, per creare fra i personaggi il caos relazionale, in cui ogni rapporto salta e tutto è nebuloso: a chi si rivolgono i cantanti, perché ai doppi e non ai loro colleghi, cosa fanno tutti, che significato hanno le bambine che entrano ed escono l’una dopo l’altra dal palcoscenico e così via.
Il versante musicale riscatta solo in parte le carenze della parte visiva. il maestro Markus Stenz non dispiace affatto, anzi: sa il fatto suo e conduce la non semplice macchina del Fliegende Holländer con risultati apprezzabili, permettendo al pubblico di godere appieno di tutte le suggestioni e le bellezze contenute nella partitura. Stenz conferisce la giusta intensità ai momenti drammatici, nei quali l’orchestra wagneriana fa le prove per gli appuntamenti ancora più impegnativi che l’attenderanno nelle opere successive, ma sa anche concedere il respiro adeguato alle frasi liriche ed accompagnare con proprietà le non infrequenti oasi in cui la quotidianità familiare si esprime attraverso un canto di conversazione che allenta la tensione provocata dai sentimenti sovrumani dell’Olandese e di Senta. Nell’insieme, una prova di apprezzabile sicurezza e affidabilità professionale.

Nel cast, alti e bassi. L’Olandese del basso-baritono coreano Samuel Youn appare nel complesso insufficiente rispetto alle esigenze di un ruolo che richiede spiccato carisma sia vocale sia scenico. Soprattutto, mancano autorevolezza e nobiltà, per cui la tragica grandezza del personaggio non si percepisce, non emerge. Il canto è carente di peso specifico, di spessore e del colore adeguato, carenze che si prova a compensare, con risultati controproducenti, attraverso una vociferazione che indebolisce la straordinaria statura morale dell’Olandese anziché rafforzarla. Il timbro, poi, diventa troppo chiaro quando la voce sale, creando una fastidiosa soluzione di continuità con le note gravi, come se i diversi registri non fossero coordinati ed armonizzati fra loro. Purtroppo anche l’atteggiamento scenico non è adeguato, perché non ha nulla di quella solennità, di quella ieraticità, che l’Olandese non può non avere, considerato che porta ad ogni passo e ad ogni gesto sulle proprie spalle un peso di dimensioni cosmiche. Qui, invece, movimenti e gesti sono quasi da commedia e, per rimanere nell’universo wagneriano, sembra di avere davanti, con le ovvie differenze di registro vocale, il Mime del “Siegfried” anziché colui che, come l’Ulisse dantesco o Prometeo, volle essere più grande dei suoi stessi limiti umani.
La Senta del glorioso soprano Anja Kampe mostra tutti i segni di una classe autentica e di una professionalità a lungo sperimentata. Il suo canto drammatico, quindi, possiede forza ed incisività, e giunge ad emozionare profondamente il pubblico. Peccato gli estremi acuti scagliati con impeto e coraggio ma sotto sforzo, per cui talvolta si avvicinano pericolosamente al grido. Peccato, soprattutto, che le caratteristiche dello strumento, più ancora che quelle della figura ormai matura, sacrifichino la componente lirica a quella drammatica, per cui viene smarrita quella freschezza ingenua e insieme determinata, così tipicamente adolescenziale, con cui Senta accetta di seguire la sorte dell’Olandese.
I panni di Daland sono rivestiti da un altro artista di fama, il basso Franz-Josef Selig. Inizia male, vociferando con un’emissione disomogenea ed una linea di canto disordinata. Ma forse c’è solo bisogno di scaldare lo strumento e, proseguendo lo spettacolo, il canto si fa più morbido e sfumato, vario nel fraseggio e nelle intenzioni espressive. Insomma, un Daland di alto livello, umanamente più ricco rispetto alla consueta macchietta un po’ paternalista e un po’ avida che si incontra di solito in teatro.
Di alto livello anche il Timoniere del tenore Leonardo Cortellazzi, la cui preparazione e la cui versatilità il pubblico della Fenice ha ormai imparato ad apprezzare. L’artista sa conferire al personaggio una suggestiva aura di poetica nostalgia, attraverso un canto impregnato di lirismo e modulato con efficace espressività. Adeguato ed apprezzabile, anche se un po’ carente di incisività, l’Erik del tenore inglese Toby Spence e bene in parte il mezzosoprano Annely Peebo come Mary.

Resta da dire del coro, anzi dei cori, dal momento che a quello della Fenice, diretto da Alfonso Caiani, è stato affiancato, grazie ad uno stanziamento del Ministero della Cultura a favore delle attività performativa di artisti ucraini, il Coro Taras Shevchenko National Academic Opera and Ballet Theatre of Ukraine, preparato da Bogdan Plish. Il rendimento complessivo può considerarsi buono, anche tenendo conto dell’impegno cui questa partitura chiama le masse corali, con una piccola preferenza per la componente femminile.
Alla serale del 4 luglio, accoglienze festose sono state riservate dal pubblico soprattutto al maestro Stenz, a Senta e a Daland.


Adolfo Andrighetti

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