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AL TEATRO MALIBRAN LA PRIMA OPERA DI DONIZETTI

22/06/2026
Da che parte prendere, per riscoprire la vitalità che doveva avere il 14 novembre 1818, data della prima rappresentazione al Teatro Vendramin San Luca di Venezia (oggi Teatro Goldoni), un’opera acerba come quella di esordio di Gaetano Donizetti, cioè “Enrico di Borgogna”? La domanda se l’è posta, giusta la bella testimonianza pubblicata sul programma di sala, la regista Silvia Paoli, che firma l’allestimento già presentato al Festival Donizetti di Bergamo nel 2018 ed ora ripreso in coproduzione a Venezia.
E la risposta che si è data è indovinata sul piano concettuale e, soprattutto, godibilissima su quello teatrale: non prendere sul serio il melodramma con le sue convenzioni spesso in bilico sul pericoloso crinale tra sublime e ridicolo, ma farne una garbata caricatura enfatizzandole oltre misura all’interno di un’ironica ricostruzione della prima assoluta dell’opera, con tutti gli imprevisti e gli inconvenienti che la caratterizzarono - e che caratterizzavano in generale tutto il teatro in musica del primo ottocento - senza comprometterne il buon successo.
Ma come, si potrebbe obiettare, ancora una volta una regia che non si fida della forza drammatica di un’opera e vuole inventarsi qualcosa di diverso per renderla appetibile ai palati di oggi, assuefatti a ben altri ‘effetti speciali’? E poi, ancora il teatro nel teatro, visto chissà quante volte con esiti più o meno riusciti? Alla prima obiezione si può rispondere che “Enrico di Borgogna” non è un capolavoro ma un’opera che, pur lasciando intuire una vena più che promettente nel quasi ventunenne Donizetti qui debitore di Rossini (v. per es. ouverture e finali d’atto) ma già capace di affrancarsi in alcune arie dall’ingombrante eredità, mostra la corda nella drammaturgia, a causa di un libretto improponibile del ventiquattrenne Bartolomeo Merelli, che di lì a qualche anno scoprirà la sua autentica vocazione professionale non come poeta di teatro ma come impresario lungimirante alla Scala.
Alla seconda osservazione si può replicare che idee apparentemente obsolete riacquistano vitalità se rinfrescate da una messinscena fresca, vispa, curata nei minimi particolari, come questa di Bergamo e ora del Malibran, dovuta a Silvia Paoli (regia), Andrea Belli (scene), Valeria Donata Bettella (costumi), Fiammetta Baldiserri (disegno luci).
Quindi, siamo alla prima rappresentazione di “Enrico di Borgogna” nel 1818, con il caos che accompagna i debutti, l’agitazione generale, i contrattempi che si susseguono l’uno dopo l’altro fino al più grave e apparentemente irrimediabile: il malore della primadonna, all’epoca sostituita dall’interprete di Geltrude con la necessità di eliminare alcuni numeri nel secondo atto. Tutto questo, l’atmosfera nevrotica e sovreccitata, l’insormontabile difficoltà a tenere in strada una macchina che sbanda da tutte le parti, è restituito con una presa in giro garbata, bonaria ed incisiva insieme, compresa la sostituzione della primadonna con una recalcitrante ma poi pienamente coinvolta sartina di scena, quasi a riprendere il mito di Cenerentola prima umiliata e poi esaltata.
Le trovate che si sciorinano sul palcoscenico sono innumerevoli e non è possibile riferire su tutte. Sono quasi sempre di buona lega, anche perché non caricate ma proposte con leggerezza ed eleganza, come Guido, il tiranno di turno, che assume pose vagamente mussoliniane, o Geltrude, che sottolinea ogni gesto secondo l’insegnamento di certi manuali ottocenteschi che spiegavano come si dovevano manifestare sentimenti ed emozioni, o le pose enfatiche dei personaggi “seri”, o il crollo di un fondale in chiusura ecc. ecc. Qualcosa certo si può sfoltire, per giungere ad un‘essenzialità ancora più efficace, a cominciare da certe mossette a ritmo di musica, questa sì una trovata trita e ritrita ormai evitabile, da un orso onnipresente ed ingombrante la cui funzione non è chiara, e dagli striscioni con scritte antiasburgiche esibiti dal coro, del tutto gratuite ed estranee all’impostazione scelta per lo spettacolo; il quale però, nel suo insieme, risulta incantevole per una poesia aggraziata e volutamente ingenua che lo contraddistingue.
Tutto questo si svolge all’interno di un delizioso teatrino ricostruito sul palcoscenico del Malibran, teatrino che di tanto in tanto ruota su sé stesso mentre sul fondo si succedono degli scenari dipinti di squisita impronta naïve. Perfettamente funzionali alla concezione registica costumi e luci.
Meno omogenea risulta, invece, la parte musicale, affidata alla bacchetta del maestro Corrado Rovaris, il quale, se tiene sempre viva la tensione drammatica scandendo tempi rapidi se non sbrigativi, sembra eccedere nelle dinamiche, con suoni turgidi e fin troppo corposi per un’opera del primo ottocento italiano. Certo, la narrazione musicale è scorrevole e trascinante, ma al prezzo di sonorità troppo caricate.
Il cast, fra alti e bassi, mostra il suo migliore elemento nell’interprete di un personaggio di fianco, cioè Gilberto, sorta di buffonesco consigliere del tiranno Guido. Si tratta di un artista ben noto al pubblico della Fenice, il basso-baritono Omar Montanari, che ritroviamo in eccellente forma vocale e padrone del fraseggio espressivo e colorito che la parte richiede. Il più applaudito, giustamente.
Su di un livello alto anche il trentenne Dave Monaco, che interpreta l’usurpatore Guido, privato nel lieto fine del trono come dell’amore di Elisa. L’artista recita benissimo la parte del classico tenore esibizionista e spara acuti, con il piccolo particolare che è in grado di sostenerla con competenza tecnica e adeguata dotazione vocale.
Nella parte en travesti del protagonista Enrico, il trovatello che si scopre essere il legittimo erede al trono in luogo dell’usurpatore Guido e che può così sposare l’amata Elisa, troviamo un’altra brava e consapevole artista, il mezzosoprano Teresa Iervolino, qui corretta e professionale come sempre, ma forse meno incisiva o convinta di altre volte. Si impone nelle imperiose e sonore ascensioni all’acuto e mostra competenza stilistica nell’aria di sortita “Care aurette che spiegate”, di squisita ispirazione donizettiana, ma nell’insieme non cattura lo spettatore.
Elisa, amata da Guido ed Enrico ma innamorata solo di quest’ultimo, è interpretata con simpatica enfasi gestuale e correttezza vocale dal soprano Giuseppina Bridelli, cui si richiederebbe talvolta un suono più morbido e raccolto, meno teso nella nota.
Da rivedere il tenore Christian Collia nel ruolo, forse per lui troppo impegnativo, di Pietro, il cavaliere che accoglie e protegge Enrico, figlio dello spodestato sovrano, e lo cresce sotto le mentite spoglie di un pastore fino al momento in cui l’agnizione può avvenire e corona e sposa tornano a chi ne ha diritto. Da apprezzare, comunque, la spiritosa disinvoltura dell’artista sulla scena.
Molto bene, nei rispettivi ruoli, il baritono Giuseppe Toia, Brunone dalla voce piena e timbrata, il soprano Chiara Notarnicola, vivace e spigliata Geltrude, e il tenore Nicola Pamio, padrone della scena.
Sul coro della Fenice sospendiamo il giudizio in attesa che il maestro Alfonso Caiani, che lo ha guidato per cinque anni e che ora ha assunto il medesimo incarico al Teatro Petruzzelli di Bari, venga sostituito e i nostri artisti del coro possano riprendere il lavoro con una guida stabile.
Alla serale di giovedì 18 giugno successo cordiale, espresso con maggiore o minore convinzione a seconda dei casi.
Adolfo Andrighetti




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