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ALLA FENICE SI SCOPRE L'UMANITA' DI OTELLO

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Questa nuova produzione de “La clemenza di Tito” di Mozart, con la quale si inaugura la stagione lirica e balletto 2025-2026 del Teatro La Fenice per la regia di Paul Curran, le scene e i costumi di Gary McCann, il disegno luci di Fabio Barettin, suggerisce una domanda: qual è il punto di passaggio tra un’impostazione visiva essenziale, sobria, di gusto neoclassico, quindi di per sé adatta a restituire l’atmosfera dell’opera, ed un minimalismo scialbo, poco evocativo, che fatica ad emozionare e alla fine lascia freddi? È un punto di passaggio labile, quasi invisibile, che si può valicare senza accorgersene e con le migliori intenzioni. Dove si collochi l’allestimento visto alla Fenice è questione da lasciare aperta; forse la sua caratteristica è proprio quella di rimanere sul periglioso crinale fra stilizzata eleganza e povertà programmatica, magari sul presupposto che le due visioni possano incontrarsi e coincidere. La vicenda si svolge all’interno di un salone candido di marmi e dalle linee rigorosamente geometriche, ornato da statue e bassorilievi in stile classico. Quel salone, simbolo, nella sua architettura netta ed armoniosa anche se fredda, dell’ordine illuminato voluto da Tito imperatore, cadrà in rovina quando quell’ordine rischierà di sfasciarsi con il tentativo di ribellione culminato con l’incendio del Campidoglio; e si ripresenterà identico a ciò che era all’inizio, quindi immacolato nella sua armonia di linee e di volumi, nel finale, quando il perdono che Tito concede ai traditori ricreerà il còsmos laddove era subentrato il caos. Un’intuizione convincente, che trova adeguata realizzazione teatrale in particolare nella scena dell’incendio del Campidoglio, reso in maniera semplice ed efficace non solo attraverso il gioco delle luci rossastre a richiamare il riverbero del fuoco, ma anche col via vai dei corpi umani inanimati trasportati in scena: un forte effetto teatrale che ben si accompagna all’intensità drammatica della musica. La regia risulta meno convincente, invece, nel dichiarato proposito di coniugare l’antico col contemporaneo per evidenziare il carattere universale delle passioni e dei sentimenti che si agitano in quest’opera. Ecco allora i costumi un po’ pasticciati tra fogge di oggi e altre di epoca non precisata; quelle sciocche e inutili pistole puntate contro Sesto dallo stesso Tito (!) e dai suoi scherani; e Sesto che si presenta in scena alla fine del Primo Atto munito del marchingegno per provocare l’esplosione in Campidoglio, mentre una delle più emozionanti musiche mai composte da Mozart è accompagnata dalla proiezione di numeri giganteschi che scandiscono il conto alla rovescia prima del botto; e soprattutto, a sfiorare il ridicolo, Tito che, all’inizio del Secondo Atto, fa il suo ingresso in scena sdraiato in un letto di ospedale e circondato da macchinari clinici ed infermieri. Ecco, in questi casi si sente la mancanza di una creatività di miglior conio, in grado di evidenziare, con modalità più convincenti e senza mettersi in contrasto aperto con la musica, quanto “La clemenza di Tito” parli all’uomo di oggi. Al netto delle discutibili trovate ora menzionate, tuttavia, la regia anima il palcoscenico in maniera efficace, in particolare lavorando sui solisti in modo che assumano gli atteggiamenti e i movimenti più adatti alle situazioni emotive vissute dai rispettivi personaggi. La parte musicale della proposta che inaugura la stagione può considerarsi di ottimo livello e assolutamente di prestigio in alcuni casi, come quello del maestro concertatore e direttore Ivor Bolton. Questi mette in risalto la vitalità narrativa e l’intensità drammatica che la partitura possiede con una lettura alacre ma non ingessata. Quindi non vengono sacrificate le sublimi oasi liriche, accompagnate con l’attenzione necessaria a evidenziarne l’involo melodico. Quella di Bolton è una lettura che, nella serale di martedì 25 novembre, racconta, emoziona e coinvolge, grazie anche alla collaborazione brillante e puntuale dell’Orchestra del Teatro, in gran forma. Il nucleo drammatico dell’opera, si sa, è costituito dalla coppia Vitellia-Sesto, unita da un rapporto che oggi si definirebbe tossico ma che si presenta di una verità umana sconvolgente, nella quale, una volta depurata dalle esasperazioni melodrammatiche, è difficile non riconoscersi. Sesto, stordito, annichilito dall’amore per Vitellia che lo spinge ad attentare alla vita del suo amico e benefattore Tito e per ciò straziato dal rimorso, è personaggio fra i più complessi ed umani di tutto il melodramma. Ed è risolto in maniera eccellente dal mezzosoprano Cecilia Molinari, che, grazie alla solida impostazione tecnica ed alla preziosa sensibilità di artista, ne coglie tutte le innumerevoli sfumature emotive, per restituirle con una sorprendente varietà e pertinenza di accenti e di dinamiche, attingendo ad una tavolozza di colori pressoché inesauribile. All’artista è stata giustamente tributata un’autentica ovazione al termine dello spettacolo, accomunata nel successo al maestro Ivor Bolton e all’Orchestra. Molto festeggiato, come ormai di felice consuetudine, anche il Coro del Teatro diretto da Alfonso Caiani, coro che in quest’opera svolge un ruolo determinante soprattutto nel finale dei due atti, a creare un clima di solennità e di devozione attorno a Tito e quindi all’ideale di equilibrio e di mitezza da lui incarnato. Il soprano Anastasia Bartoli, a sua volta, ha molte frecce al proprio arco per incarnare un personaggio esasperato ed egocentrico come Vitellia, ossessionata dal desiderio di vendetta nei confronti di Tito ma poi talmente innamorata del potere da trasformare di punto in bianco l’odio in amore: il physique du rôle, prima di tutto, con una bellezza imperativa, aggressiva, perché Vitellia non sarebbe tale se non sprigionasse una carica seduttiva tale da annullare la dirittura morale di Sesto; e poi, in scena, il carisma da vera tragedienne; non ultimo, lo strumento poderoso e ben temprato, in grado di incidere l’alternarsi parossistico dei sentimenti con un fraseggio infuocato e tumultuoso, con accenti brucianti, con le ascese all’acuto imperiose, anche se questa volta meno salde che in altre esecuzioni. Eppure, nell’organizzazione vocale di questa ottima artista sembra rimanere un che di irrisolto, da ravvisarsi forse in un’emissione che appare costruita, quasi artefatta, sempre tesa nella nota, non fluida, non sciolta, non decontratta come pretenderebbe l’armonia del canto mozartiano, che conserva un classico nitore ed equilibrio anche nell’espressione delle emozioni estreme. Alla coppia sopra le righe di Vitellia e Sesto risponde, nel dramma, quella più pacata e composta di Annio e Servilia. Il primo, animato da un nobile sentimento di amicizia verso Sesto, è il giovanissimo controtenore (classe 1999) Nicolò Balducci, che si distingue per il timbro pulito e smaltato, per l’omogeneità di suono nei registri e per una varietà di fraseggio apprezzabile considerata l’ovvia artificiosità dell’emissione. La sua Servilia, sorella di Sesto, affidata al soprano Francesca Aspromonte, rappresenta una piacevole sicurezza e quindi una conferma di quanto già si conosce di questa ottima artista, per la vocalità rotonda, morbida, espressiva e per una grazia innata nel canto e nella figura che si addice alla semplicità e alla pulizia del personaggio. Da rivedere, invece, il Publio dell’altro giovanissimo in palcoscenico, il basso Domenico Apollonio, nato nel 2001, che ha quindi tutto il tempo per maturare la propria personalità artistica e vocale. In mezzo a tutti costoro si muove, con buona padronanza della scena e una studiata disinvoltura, il Tito del tenore Daniel Behle, biancovestito a rappresentare la purezza del suo ideale di vita. L’interpretazione replica un cliché ormai abituale per questo ruolo tanto in teatro quanto in alcune anche prestigiose edizioni discografiche: solida professionalità, preparazione musicale e conseguente corretta esecuzione delle arie, ma strumento fragile e anemico, timbro ingrato, fraseggio monocorde. Di qui la domanda: quando mai si potrà ascoltare nel ruolo di Tito una voce stilisticamente adeguata ed informata, ma anche rotonda, corposa, ricca di armonici, in grado di legare e di variare secondo il miglior stile latino? Adolfo Andrighetti
Di fronte alla crisi mondiale e forte dei confortanti risultati in un continente frequentato da anni, prosegue l’impegno della veneta Idrobase Group (leader internazionale nella produzione di tecnologie per l’utilizzo dell’acqua in pressione) nella costruzione del nuovo obbiettivo imprenditoriale di trasferire parte della produzione dalla Cina (stabilimento di Ningbo) all’Algeria per sviluppare il mercato africano; i tre contratti già firmati con altrettante aziende locali per produzioni su licenza sono in attesa del via operativo da parte delle Autorità algerine: il primo riguarda i componenti per aspirapolveri professionali, mentre il secondo interessa i detergenti per autolavaggi (car wash), hotel e ristoranti (HoReCa); il terzo contratto è finalizzato ai componenti per idropulitrici professionali. Alle tre aziende algerine saranno fornite tecnologie e “know how” da Idrobase Ningbo (Cina) e dalla casa madre italiana, che si riserva il controllo e la verifica sulla produzione. I componenti prodotti in loco saranno assemblati ai pezzi in arrivo dagli altri due stabilimenti della “multinazionale tascabile” italiana, dando vita ai prodotti finiti. “I prodotti realizzati su licenza saranno marchiati con logo Idrobase e venduti in Algeria e sul mercato africano; la casa madre italiana garantirà la promozione del brand, il collegamento fra produttori e mercato, nonché naturalmente il controllo di qualità” precisa Bruno Gazzignato, Contitolare di Idrobase Group. Scelta come “best practise” nel recente “5th Africa Green Growth Forum Ecomondo”, la strategia del gruppo con “headquarter” a Borgoricco nel Padovano è stata protagonista a Rimini in occasione di un workshop per approfondire il ruolo strategico degli investimenti coordinati, pubblici e privati, verso comuni obbiettivi di crescita sostenibile e resilienza climatica nell’ambito del Piano Mattei e del Programma Mission 300; a testimoniare il loro interesse c’erano rappresentanti di Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Confindustria Assafrica & Mediterraneo, Task Force Piano Mattei presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Abbiamo scelto l’Algeria, perché è un mercato competitivo ed importante test d’accesso al continente, dove vorremmo esportare il nostro modello di business in collaborazione con imprenditori locali di altri Paesi come, ad esempio, Marocco e Libia. Riteniamo così di offrire opportunità di collaborazione ad economie emergenti secondo una visione, che credo patrimonio del moderno DNA imprenditoriale italiano: considerare gli altri come partner, con i quali costruire un futuro migliore nel reciproco rispetto.”
Ogni ascolto di “Wozzeck” di Alban Berg (libretto dello stesso compositore dalla tragedia di Büchner, prima rappresentazione il 14 dicembre 1925 alla Staatsoper di Berlino) equivale ad una discesa all’inferno, ove la massa dei dannati è rappresentata da un’umanità moralmente deforme e chiusa nel proprio egoismo, avvolta da tenebre che non si aprono ad alcun raggio di luce, ad alcuna prospettiva di speranza. Questo mondo malato si coalizza nel tormentare l’ultima ruota del carro, il povero soldato Wozzeck, che, da agnello sacrificale, alla fine diventa carnefice perché gli sia tolta anche l’aureola dell’innocenza e possa così toccare il fondo dell’abiezione, nella quale i suoi persecutori sono già sprofondati. Non ci sono buoni e cattivi, insomma, in “Wozzeck”, ma solo un’umanità alienata e incosciente, che soffre o fa soffrire. Wozzeck è un poveraccio disposto a tutto pur di tirare a campare con la sua donna, Maria, e il figlioletto: sopporta il moralismo stupidamente paternalistico del Capitano, al quale fa la barba per pochi spiccioli; e si lascia tormentare dal Dottore, che non lo considera un essere umano ma una cavia da esperimenti, sottoponendolo a prove assurde e crudeli. Ciò nonostante il mondo interiore di Wozzeck, pur dando segni di uno squilibrio visionario, regge finché può fondarsi sull’amore di Maria. Quando il soldatino ne scopre l’infedeltà, piomba nella disperazione più cupa. Del resto, che fare se Maria è troppo viva, troppo bella per lui, se il Tamburmaggiore è un macho sciupafemmine, il tipo di uomo che pare fatto apposta per appagare la sensualità di lei? Ancora una volta, e fatalmente, i più forti schiacciano l’indifeso, il quale, prima del suicidio, ha anche la disgrazia estrema di uscire dalla categoria dei buoni uccidendo Maria e dannandosi così insieme ai suoi tormentatori. Sorprende che questa brutale dichiarazione di fallimento del genere umano risalga al lontano 1837, anno in cui morì il tedesco Georg Büchner lasciando incompiuto il lavoro teatrale “Woyzeck”. Büchner si ispirò ad un evento di cronaca nera, ma colpisce che una descrizione così cupa e disperata della disgregazione dell’uomo e della società sia stata concepita in piena temperie romantica, in anticipo sui tempi ed in particolare sulla crisi denunciata dall’esistenzialismo Per il suo “Wozzeck” – il nome fu ricopiato erroneamente dal manoscritto di Büchner e poi rimase come titolo dell’opera – Alban Berg rimase fedele alla fonte letteraria. Di originale c’è solo il finale, che Büchner non aveva ancora risolto: viene lasciato il suicidio del protagonista aggiunto al dramma di Büchner dopo la morte di questi e viene caricata di forza drammatica la presenza del figlioletto di Maria e di Wozzeck. Il bimbo che continua a giocare anche dopo essere stato raggiunto dalla notizia che la madre è stata trovata morta lì vicino, infatti, non ha nulla a che fare con una presunta ed artificiosa vittoria finale dell’innocenza; al contrario, rappresenta il simbolo della noncuranza assoluta, cosmica, verso l’essere umano, irrilevante per definizione, e ciò che può capitargli. Nulla importa, tutto passa, nulla ha un senso: questa sembra essere la desolata morale dell’opera di Berg, una morale tanto più fredda e cruda perché affidata a colui che per definizione non ha colpa, cioè un bimbo. Nell’opera musica e canto costruiscono la drammaturgia insieme al testo letterario e più di questo. Nel “Wozzeck” il tessuto orchestrale costituito di frammenti e segmenti sonori senza legame reciproco se non quello di una apparente ed allucinante casualità, l’abolizione di ogni riferimento tonale, i colori lugubri, inquietanti e laceranti, le sonorità strazianti, livide e sinistre, tutto ciò crea un’atmosfera di angoscia, di precarietà, di estraniazione dalla realtà; un’atmosfera da incubo, insomma. “Wozzeck” ritorna alla Fenice in occasione del centenario della prima rappresentazione e dopo una lunga pausa; l’ultima messinscena a Venezia, infatti, risale al 1992. E vi ritorna, fatto inusuale dato che ormai da tempo e non senza ragione si è affermata la prassi del rispetto della lingua originale, nella versione italiana di Alberto Mantelli, con cui l’opera fece il suo esordio nel nostro Paese. Era il 1942, al Teatro dell’Opera di Roma, con il cavarzerano Tullio Serafin sul podio e il bassanese Tito Gobbi nel ruolo del titolo. Ed è proprio la proposta di un “Wozzeck” in lingua italiana la prima ragione di interesse di questo spettacolo; una proposta, però, che non convince completamente, anche se sostenuta con entusiasmo dal maestro concertatore e direttore Markus Stenz, per la non banale ragione che così lo spettatore (italiano) ha la percezione immediata del significato della parola e della sua valenza drammatica. Ciò nonostante, rimane l’impressione che il crudo, feroce espressionismo tedesco, esaltato dalle sonorità aspre e taglienti di quella lingua, esca ridimensionato, come rimpicciolito, dall’uso dell’italiano, così morbido e rotondo; al punto che, in certi momenti, la potenza cosmica della tragedia sembra ridursi a un dramma della gelosia. Non è così, ovviamente, ma il rischio di scivolare in atmosfere lontane dalla cupa visionarietà del “Wozzeck” originale non è da sottovalutare. Con tutto questo, lo spettacolo funziona. Markus Stenz ha in pugno la partitura e, se in certi passi sembra attenuarne l’allucinata inquietudine che ne promana, in altri, specie quelli solo strumentali, spinge l’orchestra della Fenice a livelli di tensione sonora quasi insostenibile; un’orchestra ammirevole per compattezza e dedizione ad un mondo sonoro tecnicamente difficile, forse sollecitata a dare il massimo dopo lo sciopero che ha fatto saltare la prima. L’iniziativa è stata spiegata in una dichiarazione dei lavoratori del Teatro letta al pubblico, con la quale si sollecitano le dimissioni dalla carica di direttore musicale del maestro Beatrice Venezi per le modalità, invero improprie, con cui la nomina è stata loro imposta. Sono straordinariamente bravi anche tutti gli interpreti vocali, alle prese con lo “sprechstimme” - così lo chiama il maestro Stenz suppongo in luogo del più noto “sprechgesang” - di Berg, stile di canto con il quale si suppone abbiano scarsa dimestichezza, caratterizzato dall’assenza di una linea stabile e definita cui appoggiarsi. Roberto de Candia, certo abituato ad altri repertori, è un Wozzeck pienamente risolto nel suo ruolo di uomo pacifico e sottomesso spinto alla follia da una realtà più folle di lui. L’artista si butta nel cimento con tutta la dedizione possibile e il risultato lo premia. La Maria di Lidia Fridman conferma tutte le doti vocali ed attoriali della giovane artista russa, che sembra puntare alla qualifica di soprano assoluto data la vastità del repertorio che si sta costruendo, ma il cui strumento sontuoso non sembra in questa circostanza sempre a proprio agio con la frantumata vocalità berghiana. Gli altri vanno accomunati in un unico, vasto elogio: dal Capitano nevrotico e sempre teso vocalmente di Leonardo Cortellazzi al Dottore folle ed insinuante di Omar Montanari; dal Tamburmaggiore dell’eccellente Enea Scala, che si vorrebbe ancora un po’ più gradasso in scena, all’Andres sicuro di Paolo Antognetti. E ancora la Margret di Manuela Custer, dalla luminosa carriera ma questa sera un po’ flebile; lo Sciocco di Marcello Nardis, che non sbaglia mai una caratterizzazione; e poi il Primo garzone di Rocco Cavalletti e il Secondo garzone di William Corrò, entrambi bene a fuoco vocalmente e scenicamente. Un elogio a parte lo merita il bimbo di Maria, un solista del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani istruiti da Diana D’Alessio, anche questa volta felicemente in scena accanto al Coro del Teatro, sempre da elogiare, diretto da Alfonso Caiani. L’allestimento – regia di Valentino Villa, scene di Massimo Checchetto, costumi di Elena Cicorella, disegno luci di Pasquale Mari, non vuole sorprendere proponendo soluzioni innovative e di facile effetto, ma sceglie la strada di una illustrazione semplice, chiara e suggestiva della vicenda. Gli spettatori ringraziano per una impostazione che li rispetta e si preoccupa di comunicare piuttosto che di stupire. Come spiega il regista, lo spettacolo è ambientato nello stesso anno della composizione di “Wozzeck”, il 1925, ma in Italia, per una coerenza culturale con la lingua che si usa in scena. È opportunamente rispettato il contesto militare, a sottolineare la cieca ottusità di un potere che opprime senza una ragione, per il solo fatto di esistere. E la cornice semplice e quotidiana che fa da sfondo alla tragedia è quella di un paese della provincia italiana negli anni, difficili, tormentati ma non privi di una spontanea vitalità evidenziata dalla regia, fra le due guerre mondiali. Anche la caratterizzazione dei personaggi è costruita secondo criteri per così dire tradizionali ma mai banali e con una accuratezza nella definizione degli atteggiamenti e dei movimenti che mostra la mano di un regista autentico. Fondamentale l’apporto dell’impianto scenico, che consiste in alcuni contenitori aperti verso la platea ove sono ricostruiti gli interni, come la stanza del Capitano, l’ambulatorio del Dottore, l’abitazione di Wozzeck, cui si aggiunge in alcune scene una piccola, miserabile casetta senza finestre – perché quel mondo è chiuso in se stesso senza una prospettiva di aprirsi alla speranza – che è l’abitazione di Wozzeck vista dall’esterno. Sullo sfondo, il profilo, realizzato con metodi diversi ma con esito sempre suggestivo, degli edifici di un centro abitato. Appropriati al contesto i costumi e fondamentale per l’esito dello spettacolo l’apporto delle luci, pronte ad evidenziare con efficacia le diverse atmosfere in piena sintonia con il mondo sonoro evocato da Berg. Alla serale di martedì 21 ottobre più che soddisfacente il successo di pubblico, che subito prima dell’alzata del sipario aveva riservato applausi scroscianti alla lettura della dichiarazione dei lavoratori del teatro della quale si è accennato. Adolfo Andrighetti
Torna giovedì 23 Ottobre prossimo nella Pineta di Sant’Elena, a Venezia, la tradizionale “Coppa Faganelli” di corsa campestre, giunta alla 62° edizione; organizzata dal C.U.S. (Centro Universitario Sportivo) lagunare, la manifestazione è inserita nel palinsesto “Le Città in Festa”: la manifestazione, infatti, conta sulla collaborazione di Comune, F.I.D.A.L. (Federazione Italiana Di Atletica Leggera) provinciale e Gruppo Giudici Gare. La corsa si svolgerà nella mattinata con inizio alle ore 9.45 circa ed è riservata alle scuole medie della Città Metropolitana di Venezia. Le gare sono divise in tre categorie maschili ed altrettante femminili sulle seguenti distanze: m.1000 (nati/e nel 2014); m.1500 (nati nel 2013; nate nel 2012 e 2013); m. 2000 (nati nel 2012). Quasi 450 gli studenti e le studentesse iscritti, appartenenti a 14 istituti scolastici: Convitto Marco Foscarini di Venezia; Istituto Comprensivo (I.C.) F.Morosini di Venezia; I.C. F. Morosini plesso San Provolo di Venezia; I.C. Berna di Mestre; I.C. Alpi – Gramsci - G.Volpi di Favaro Veneto; I.C. Baseggio plesso G.Strada di Malcontenta; I.C. Baseggio plesso U.Foscolo di Marghera; Istituto Cavanis di Venezia; I.C. F. Grimani - Einaudi di Marghera; I.C. F. Ongaro plesso V. Pisani del Lido di Venezia; I.C. F.Ongaro plesso P.Loredan di Pellestrina Venezia; I.C. Dante Alighieri di Venezia; I.C. Dante Alighieri di Salzano; I.C. San Girolamo di Venezia. Per ogni categoria, i primi tre classificati saranno premiati con una medaglia (oro – argento – bronzo), mentre dal 4° al 10° arrivato riceveranno una medaglietta di bronzo. Sulla base del punteggio saranno stilate le classifiche per istituto per i settori maschile, femminile ed assoluto, cui verrà assegnata la Coppa Faganelli 2025. L’edizione 2024 della manifestazione sportiva fu vinta dal plesso Pisani dell’Istituto Comprensivo Ongaro del Lido davanti al plesso Priuli dell’IC Francesco Morosini ed all’ICP Berna di Mestre.
Un anno e mezzo fa avevano annunciato la trasformazione ecologica del packaging aziendale, grazie ad ingegnose soluzioni come “dBase”, un innovativo tubo in cartone a lunghezza variabile, chiuso da un nastrino in carta riciclabile così come l’etichetta; per questo, oggi possono annunciare di avere risparmiato, in un anno, 1.500.000 confezioni di plastica, che diverranno 2 milioni nel 2026: il tutto accade nell’head quarter di Idrobase Group, azienda padovana, leader internazionale nell’utilizzo delle tecnologie dell’acqua in pressione. Ad oggi, ma il dato è in crescita, ogni cittadino comunitario smaltisce annualmente circa 36 chilogrammi di imballi in plastica, di cui solo il 40% viene riciclato; tale processo, infatti, presenta non poche criticità, perché la plastica riciclata non torna materia prima, ma per essere utilizzabile deve essere miscelata con una significativa percentuale di plastica nuova, prodotta da idrocarburi. “Ognuno deve fare la propria parte per il benessere del Pianeta – dichiara il contitolare, Bruno Gazzignato - Noi lo facciamo anche riducendo il numero degli imballaggi destinati ad accogliere pezzi e minuterie di ricambio: fatti in cartone riciclabile, i nuovi contenitori sono prodotti a chilometri zero, valorizzando il tessuto produttivo locale.” Ma non è questo l’unico traguardo raggiunto dal gruppo veneto: a Borgoricco, sede centrale della “multinazionale tascabile”, è stata infatti annunciata la nascita di Idrobase Grecia per la distribuzione degli impianti di nebulizzazione ed abbattimento delle polveri. “E’ un mercato vergine – commenta Bruno Ferrarese, l’altro contitolare di Idrobase Group – Uscita dalla terribile crisi di qualche anno fa, la Grecia ha notevoli margini di crescita. E’ un’importante scommessa di fronte alla crisi mondiale del mercato del nostro settore, caratterizzata da una sovraproduzione stimabile nel 50%, causa di crollo nei prezzi e nella qualità dei prodotti. In questo quadro bisogna posizionarsi velocemente con prodotti innovativi, gli unici in crescita nel volume d’affari.” Per questo, dalla fine dell’estate, la dinamica realtà imprenditoriale, la cui metodologia produttiva è in trasformazione grazie al metodo Lean, è già stata presente ad appuntamenti fieristici in Algeria, Germania, U.S.A., Romania; la vera sfida però è all’orizzonte. “Dal 22 al 24 Ottobre parteciperemo al salone Interclean di Shanghai, cioè affronteremo i principali competitors a casa loro – annuncia Ferrarese - In quella occasione presenteremo nuovi prodotti, frutto del made in Italy. Sarà un test probante per la risposta del mercato, che si troverà di fronte un’autentica sorpresa: la definiamo un’ostrica con la perla dentro ed in Italia sarà disponibile dalla prossima edizione di Ecomondo.”
Dopo il successo del concerto vivaldiano d’apertura torna a Cavallino Treporti il Festival delle Due Città, che proporrà (domani) sabato 20 Settembre (piazza SS. Trinità, ore 17.00) lo spettacolo di “flamenco y baile” del Mediterranea Group, che porterà sul palco l’energia musicale della Spagna con danza (Laura Guerra), chitarra (Andrea Candeli), percussioni (Corrado Ponchiroli) e flauto (Michele Serafini). Si tratta di un ensemble d’eccellenza, che trasporterà il pubblico in un viaggio emozionale alla scoperta delle radici profonde della tradizione musicale iberica. Lo spettacolo è un omaggio alla cultura gitana e al mondo evocativo di Federico García Lorca con le figure mitiche del gitano e del torero, che prendono vita tra virtuosismi musicali e la potenza espressiva del ballo; la passione del flamenco si intreccia con la raffinatezza della chitarra classica, creando un ponte fra tradizione ed innovazione musicali. Lo spettacolo, promosso dall’Amministrazione Comunale, è gratuito.
Sperimentazione e passione sono state le parole ricorrenti alla presentazione della 25° edizione del Festival delle Due Città, tenutasi a Treviso, nella sede municipale di Ca’ Sugana, presenti, insieme all’imprenditore, Bruno Ferrarese (main sponsor con il marchio Idrobase), l’Assessore alla Cultura del capoluogo della Marca, Maria Teresa De Gregorio ed il suo omologo di Cavallino Treporti, Alberto Ballarin, collegato da remoto. Infatti, come ha ricordato il Direttore Artistico, Andrea Vettoretti, per il secondo anno il Festival partirà dal litorale veneziano, raddoppiando, per altro, la proposta al pubblico: si inizierà domenica 14 Settembre alla Batteria Vettor Pisani con il Quartetto Veneziano ne “La Follia del Prete Rosso”, cui seguirà, sabato 20 Settembre, lo spettacolo “Mediterraneo” di flamenco y baile con il Mediterranea Group, in piazza SS. Trinità. Il cartellone a Treviso inizierà, venerdì 26 Settembre con lo spettacolo “Storie in un bicchiere. Vita ed opere di Ernest Hemingway”, scrittura scenica per voci recitanti, sassofoni, chitarre e percussioni di Bruno Lovadina, che cura anche la regia. Ad ospitare tale novità, così come gli altri spettacoli trevigiani, sarà l’auditorium Santa Caterina dove, sabato 27 Settembre, si esibiranno Maurizio Mastrini al pianoforte e Sandro Lazzeri alla chitarra nella performance “Ghost”. Domenica 28 Settembre tornerà la proposta del doppio concerto: sul palcoscenico saliranno il chitarrista Giovanni Seneca (“Tracce: viaggio musicale tra colto e popolare”) ed il duo Acustica Latina (“Ritmi e passioni tra Argentina e Brasile”). Venerdì 10 Ottobre, il Festival delle Due Città approderà all’auditorium Candiani di Mestre con il chitarrista spagnolo Javier Garcia Moreno (“Andalucia”), cui seguirà, sabato 11 Ottobre il doppio concerto con il chitarrista Tom Kerstens ed il duo Brillante, chitarra e mandolino. Anche quest’anno sarà la prestigiosa Sala Apollinea del Gran Teatro La Fenice di Venezia ad ospitare la tappa finale del Festival delle Due Città: domenica 19 Ottobre salirà sul palco il chitarrista e Direttore Artistico della manifestazione, Andrea Vettoretti, che presenterà, in prima nazionale, il suo, più recente progetto musicale: “The Breath of Water”. “Due le novità dell’edizione 2025 del Festival delle Due Città, acclarato punto di riferimento internazionale per il genere musicale “New Classical World”: l’apertura ad altri strumenti, da cui derival sottotitolo “Guitar & Friends” e la Young Artist Platform quando, nel weekend del Festival a Treviso, le piazze si trasformeranno in palcoscenici a cielo aperto, dove talentuosi, giovani chitarristi dei conservatori avranno la possibilità di esibirsi in concerti all’aperto, offrendo gratuitamente anche piccole lezioni di chitarra a curiosi ed appassionati” ha infine annunciato Alice Guidolin, Presidente dell’associazione Musikrooms, organizzatrice del Festival e che ha concluso, ricordando come nel corso degli anni il Festival abbia fidelizzato il proprio pubblico, potendo vantare anche significative presenze straniere.
Vivranno un’esperienza di benessere, grazie alla tecnologia “Clean Breathing” dell’italiana Idrobase Group, gli ospiti presenti a La Terrazza by Atlas Concorde nell’iconico Hotel Excelsior e spazio riservato a interviste, conferenze stampa, incontri, cocktail party durante la prossima Mostra del Cinema al Lido di Venezia. Sarà, infatti, l’impresa veneta a fornire gli originali complementi d’arredo, che illumineranno e rinfrescheranno l’area, di cui è titolare l’agenzia Joydis, senza bagnare persone ed oggetti, ma neutralizzando polveri e odori, nonché allontanando i fastidiosi insetti. Grazie al sistema ideato dall’azienda di Borgoricco nel Padovano, la finissima nebulizzazione dell’acqua verrà depurata prima dell’emissione: la fonte idrica sarà sottoposta ai raggi di uno sterilizzatore con lunghezza d’onda tale da distruggere i legami molecolari del DNA dei microorganismi dannosi, rendendoli innocui e bloccandone la riproduzione. “Siamo orgogliosi di rappresentare il made in Italy in un’occasione così prestigiosa, dimostrando ad una platea mondiale l’efficienza di una tecnologia capace di garantire un benessere completo, grazie al nostro obbiettivo aziendale del respirare aria sana” commenta Bruno Ferrarese, Contitolare di Idrobase Group, partner tecnico de La Terrazza by Atlas Concorde, durante la 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Idrobase Group, leader internazionale nell’utilizzo delle tecnologie dell’acqua in pressione, ha la sede centrale in Italia (una cinquantina di dipendenti) ed un’unità produttiva in Cina (Idrobase Ningbo con una trentina di lavoratori e lavoratrici). Insieme ad una profonda riorganizzazione del ciclo produttivo, applicando la metodologia Lean, Idrobase Group sta percorrendo nuove strategie globali che, accanto ai mercati tradizionali (già presente in 92 Paesi) ed a quello statunitense, privilegerà le produzioni su licenza con partner africani, ad iniziare dall’Algeria. Con un fatturato 2024 sui 15 milioni di euro, la “multinazionale tascabile” ha segnato +4% nel primo semestre di quest’anno, nonostante la difficile congiuntura mondiale e la conclamata crisi del settore “cleaning”.
“Da noi, Intelligenza Artificiale non si abbina a riduzione dei costi della manodopera, ma ad aumento della produttività e delle opportunità per il team aziendale in termini di attenzione al cliente e di tempo per la crescita formativa”: è con questa filosofia che gli imprenditori veneti, Bruno Ferrarese e Bruno Gazzignato, comunicano l’ingresso di AI nel gestionale di Idrobase Group per diminuire, fino al 30%, i tempi di presa in carico delle commesse. L’annuncio arriva in concomitanza con il bilancio di metà anno che, dopo un promettente avvio 2025, segna “solo” un incremento del 4% nel fatturato a causa della difficile ed incerta congiuntura mondiale. “E’ inutile nascondere che le nostre ambizioni erano altre, ma non possiamo certo lamentarci nei confronti della concorrenza in un mercato mondiale in crisi ed in trasformazione – commenta Bruno Ferrarese, Contitolare dell’azienda padovana, leader internazionale nell’utilizzo delle tecnologie per l’acqua in pressione – Ciò, che fortunatamente notiamo, è la forza del nostro brand, non a caso soggetto a ripetute contraffazioni, contro cui stiamo agendo: ad un calo del 25% nelle vendite di prodotti a basso valore aggiunto si contrappone, infatti, un incremento del 21% nei macchinari di gamma superiore, in primis quelli della linea industriale di nebulizzazione “Dolly”. Ciò significa che il cliente risparmia nella gestione ordinaria, ma quando deve investire privilegia la garanzia del made in Italy. Per questo stiamo procedendo nell’obbiettivo di realizzare, nello stabilimento di Borgoricco, una nostra linea di produzione destinata ai componenti vitali delle pompe.” Contestualmente Idrobase Group prosegue sia la transizione organizzativa dell’head quarter italiano, grazie al metodo Lean, sia l’iter per l’avvio, in Algeria, di nuove linee produttive su licenza, destinate al mercato africano.
Con il successo del Fuori Festival per un pubblico selezionato nel giardino Musikrooms di Treviso (la prima esecuzione dal vivo del progetto musicale “Nocturnal Stars” con Andrea Vettoretti alla chitarra e Riviera Lazeri al violoncello) ha preso avvio la stagione del 23° Festival Internazionale delle Due Città, una delle manifestazioni più longeve e prestigiose nel panorama musicale chitarristico (ma non solo), che partirà da Cavallino Treporti per approdare in rapida sequenza a Treviso, Mestre e Venezia, continuando a rappresentare un ponte fra tradizione ed innovazione, esplorando le nuove vie artistiche del genere musicale, definito “New Classical World”. Sotto la direzione artistica di Andrea Vettoretti, l’edizione 2025 del Festival vedrà nuove collaborazioni con artisti di fama mondiale, accompagnate da esibizioni di giovani talenti nelle “young platforms” allestite nel cuore di Treviso. Dopo la positiva esperienza dello scorso anno, Cavallino Treporti vede raddoppiati i concerti d’apertura del cartellone nello spazio della storica Batteria Vettor Pisani: domenica 14 Settembre, il Quartetto Vivaldiano presenterà la performance “La Follia del Prete Rosso”, un viaggio unico attraverso le vie del barocco, di cui l’ensemble offre un’interpretazione filologica; sabato 20 Settembre, il Mediterranea Group tornerà al Festival con i trascinanti ritmi dello spettacolo “Flamenco y Baile”, un omaggio alla cultura gitana e al mondo evocativo di Federico García Lorca, creando un ponte fra la tradizione mediterranea e l’innovazione musicale. Venerdì 26 Settembre, il Festival delle Due Città si trasferirà nel tradizionale spazio dell’ Auditorium Museo di Santa Caterina a Treviso con la novità “Storie in un bicchiere. Vita ed opere di Ernest Hemingway”, scrittura scenica, interpretata dall’attore, Bruno Lovadina accompagnato dal chitarrista peruviano David Beltran Soto Chero, dal sassofonista Maurizio Camardi e dal percussionista Valerio Galla, che impreziosiranno il racconto con sonorità mediterranee, sudamericane e caraibiche. Sabato 27 Settembre, l’Auditorium trevigiano ospiterà un’altra novità: “Ghost” con Maurizio Mastrini al pianoforte (con oltre 860 concerti nei cinque continenti e 42 milioni di ascolti su Spotify, è tra i pianisti italiani più seguiti a livello globale) e Sandro Lazzeri alla chitarra in un avvolgente connubio tra melodia e virtuosismo. Nel pomeriggio di domenica 28 Settembre tornerà la tradizione del doppio concerto a Santa Caterina: sul palco salirà dapprima il compositore e musicista di fama internazionale, Giovanni Seneca, con un recital chiamato “Tracce”, che si distingue per l’uso di diverse tipologie di chitarra, tra cui la suggestiva chitarra battente, antico strumento della tradizione del Sud Italia; a seguire sarà la volta del Duo Acústica Latina, “premio Music Award”, che fonde brazilian jazz, musica popolare sudamericana e sperimentazione sonora, distinguendosi per la raffinata ricerca timbrica e per l’uso innovativo del sistema quadrifonico, che avvolge il pubblico in un’esperienza immersiva. Dal 26 al 28 settembre, le piazze del Centro Storico di Treviso prenderanno vita grazie allo Young Platform, un progetto dedicato ai giovani talenti dei Conservatori, che con le loro esibizioni accompagneranno la città verso i grandi concerti serali del Festival. Chiusa la pagina trevigiana si aprirà quella veneziana ad iniziare dall’Auditorium Candiani di Mestre dove, venerdì 10 Ottobre, si esibirà il chitarrista andaluso, Javier Garcia Moreno, uno dei più acclamati interpreti della scena internazionale. Il giorno dopo, sabato 11 Ottobre, il doppio concerto approderà anche a Mestre: primo ad esibirsi sarà Tom Kerstens, una delle figure più affascinanti ed innovative della chitarra classica contemporanea, che, accompagnato dal Duo Brillante, eseguirà un programma tra Spagna e Balcani; alla coppia formata da chitarra e mandolino sarà poi affidata la seconda parte della serata con un repertorio, che spazia dai grandi classici alle composizioni contemporanee scritte appositamente per loro. L’epilogo del Festival sarà anche quest’anno nelle sale Apollinee del Gran Teatro La Fenice a Venezia: in collaborazione con Global Network Water Museums – Unesco, domenica 19 Ottobre, il chitarrista trevigiano e direttore artistico del Festival delle Due Città, Andrea Vettoretti, eseguirà la prima nazionale del suo più recente lavoro: “The breath of water – Il respiro dell’acqua”, un progetto che esplora tutte le forme delle risorse idriche, trattando fiumi e mari come esseri viventi e promuovendo una riflessione sulla sostenibilità ambientale.

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La stagione d’opera 2024-25 si inaugura alla Fenice con “Otello” di Verdi: diretto e concertato dal maestro sud-coreano Myung-Whun Chung, scelta sicura e vincente per diverse inaugurazioni del passato e sempre sottoscrivibile con convinzione, trattandosi, a mio modesto avviso, della bacchetta più emozionante e coinvolgente apparsa sui palcoscenici veneziani negli ultimi vent’anni insieme al compianto Jeffrey Tate; con Francesco Meli nel ruolo del titolo, un artista consapevole e tecnicamente ferratissimo la cui adeguatezza vocale per un ruolo così spinto rappresentava però per molti un punto interrogativo, considerato anche che non molti anni fa, sempre a Venezia, era un applaudito Conte d’Almaviva nel “Barbiere” rossiniano; e con la regia di Fabio Ceresa, il cui immaginario, per sua stessa ammissione, “si nutre di costumi grandiosi e maestose scenografie” e che, dopo averci divertito ed ammaliato in Vivaldi, era atteso alla prova con un mondo culturale affatto distante da quello barocco. I motivi di richiamo in questa prima della stagione, quindi, non mancavano e a cominciare dalla scelta stessa del titolo: un’opera imponente non per le dimensioni (non sono queste che fanno il capolavoro) ma per la carica drammatica che contiene e che sprigiona, creando un’atmosfera di tensione che a volte rimane sotto traccia, a volte esplode furiosamente, ma è sempre presente in maniera inquietante e dolorosa dal primo all’ultimo istante. Di questa tensione lancinante si è fatto interprete ideale il maestro Myung-Whun Chung, che ha trovato proprio nei passi più drammatici, se non addirittura tragici, l’estro più felice e la via di una comunicazione diretta e immediata con il pubblico: come nella travolgente, sconvolgente tempesta iniziale o, per portare un esempio opposto dal punto di vista dello scenario sonoro, la morte di Otello. Per il resto racconta da par suo, riuscendo persino a creare un’atmosfera colloquiale, quasi familiare, là dove, come nella scena Jago-Cassio del terzo atto, la tensione rimane latente. Ovazioni per il maestro a fine spettacolo, ben meritate non solo per la conduzione impeccabile della serata ma anche per quanto ha dato fino ad ora al teatro veneziano ed al suo pubblico in tanti indimenticabili spettacoli. Francesco Meli fa onore al principio che, quando si sa cantare, si può cantare tutto (o quasi). Il suo è un Otello vincente e convincente. La declamazione in zona centrale lo trova incisivo ed efficace e anche la salita all’acuto è sicura, salvo un paio di episodi alla fine marginali come nelle due puntature consecutive e di micidiale difficoltà che concludono il monologo del Secondo Atto “Ora e per sempre addio” sulle parole “Della gloria d’Otello è questo il fin” e il selvaggio “Gioia!!” (non per niente con due punti esclamativi nel libretto...) con cui Otello accoglie la notizia dell’arrivo di Cassio nel Terzo Atto. Risultano di alto livello artistico, per contro, il duetto d’amore del Primo Atto, soprattutto nella frase conclusiva “Già la pleiade ardente al mar discende...Vien...Venere splende”, la cui salita all’acuto in pianissimo è tecnicamente impervia mentre il nostro risolve alla grande; e la magistrale esecuzione del monologo del Terzo Atto, “Dio mi potevi scagliar tutti i mali”, nel quale Meli esprime tutta la stanchezza e la desolazione di Otello mentre guarda alla propria vita che sta piombando nel baratro dell’insignificanza. Dalla lettura che ne dà Meli, con uno strumento fondamentalmente lirico ma supportato da una impostazione impeccabile in cui il sostegno perfetto del fiato permette di dare piena risonanza e proiezione alle note, esce un Otello profondamente umano e quindi tanto più credibile. Certo, in alcuni momenti, come ad esempio nella scena della morte, la tragicità sconvolgente e, per così dire, cosmica, che echeggia in altre esecuzioni, è assente, e al suo posto si trova una sofferenza straziante, sì, ma personale, quasi borghese, non eroica. Ma si tratta di una lettura pienamente convincente, che non scende a patti con la partitura ma la interpreta entro i limiti e le possibilità (ampie, integrate anche dal bellissimo timbro) dello strumento. Lo Jago di Luca Micheletti è il più applaudito e in effetti non manca di nulla. Sa tutto quello che deve fare e lo fa proprio bene, in ogni momento, sostenuto da una voce salda ed omogenea in tutta la gamma, in grado di sfogare con sicurezza in acuto e capace di espressive (anche se non troppo frequenti) variazioni dinamiche. Eppure...Eppure, a causa forse di un’emissione un po’ ruvida, di un timbro che potrebbe essere più limpido, il personaggio risulta troppo sbilanciato verso il lato ‘vilain’, mentre sarebbe più completo se risultasse ancora più sottile, più insinuante, visto che lo stesso Verdi, nell’epistolario, raccomanda che sia raffigurato come una brava persona, affabile, rassicurante, affinché la sua perfidia risulti moltiplicata dall’ipocrisia con cui viene occultata. Ciò riesce molto bene all’artista nella presenza scenica, assolutamente disinvolta e convincente, meno nel canto. Il suo “Credo”, infatti, tanto per portare l’esempio più noto, suona giocato troppo sulla declamazione stentorea e troppo poco sulla sottigliezza degli accenti. La Desdemona del soprano sud-coreano Karah Son è difficilmente decifrabile. L’artista sa fare buon uso del proprio strumento, sa modulare, alleggerire e rinforzare, ma spesso sfoga in alto in modo brusco e con un vibrato fastidioso, mentre il suono dovrebbe aprirsi rotondo, dolce, seppure intenso. Se è vero che Desdemona è un angelo, come ci suggerisce anche il regista, va detto che un angelo, per quanto piagato da sofferenze terrene, non canta così, con un’emissione disomogenea e suoni spesso spigolosi, un timbro asprigno e centri talvolta come sordi, ovattati. Un angelo, insomma, deve trovare espressioni più morbide, più alate, più sublimi. Ed è un peccato, perché si capisce che le potenzialità non mancano. Così la canzone del Salce è ben modulata e altrettanto può dirsi dell’”Ave Maria”, eseguita con emissione raccolta e controllata. Ma la canzone si conclude con un brutto acuto finale filato sulla parola “amarlo”, né si può definire riuscito l’”Amen” con cui termina la preghiera. Il resto del cast è più che attendibile. Peccato solo che il Cassio di Francesco Marsiglia sia tanto fresco, luminoso, giovanile nel canto quanto impacciato sulla scena. Gli altri sono Enrico Casari (Roderigo), Francesco Milanese (Lodovico), William Corrò (Montano), Anna Malavasi (Emilia), l’artista del Coro Antonio Casagrande (Un araldo). E a proposito di Coro, diretto dal maestro Alfonso Caiani, non si può che lodarne senza riserve la prestazione, insieme ai sempre bravissimi Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio. Sul palcoscenico Fabio Ceresa torna a proporre, con esiti sempre felici, il proprio stile fantasioso ed immaginifico, coadiuvato da Massimo Checchetto (scene), Claudia Pernigotti (costumi), Fabio Barettin (luci), Sergio Metalli (video), Mattia Agatiello (movimenti coreografici). L’idea di base è quella di mettere in evidenza la venezianità della vicenda, che si svolge tutta all’ombra della Serenissima pur essendo geograficamente ambientata a Cipro, collocandola all’interno di un palazzo che si apre verso la platea con una trifora il cui stile e i cui decori richiamano quelli della Basilica di San Marco. La proposta dello stile bizantino, attraverso i mosaici, le dorature, le luci, non vuole ovviamente essere una riproduzione calligrafica di quel mondo, ma piuttosto, come spiega bene lo stesso regista che è il caso di citare, la traduzione del “concetto in immagine, perché l’immagine acquisti dignità di simbolo e si trasformi in uno strumento in grado di trasmettere significato e suscitare emozione”. I costumi, anch’essi dorati, contribuiscono alla ricreazione simbolica del gusto bizantino, evocando un’atmosfera ricca e luminosa che contrasta efficacemente con l’oscurità della tragedia che si consuma fra tanto splendore. All’interno di questa cornice i personaggi si muovono con accurata pertinenza rispetto alla situazione che vivono e a ciò che cantano. Desdemona, in particolare, è rappresentata in conformità ad un’iconografia mariana, accompagnata da creature angeliche e fatta agire sullo sfondo di cieli stellati, a sottolineare la sua natura di perfetta innocente all’interno di un mondo segnato dal peccato e dalla colpa. Un contributo non secondario all’efficacia del messaggio teatrale è dato dai bravissimi mimi, che rappresentano il Leone di San Marco, sempre presente accanto ad Otello quando costui è ancora padrone di sé stesso e del proprio ruolo, e l’Idra scura del male, che spinge le sue teste e le sue braccia verso Otello per soffocarlo secondo il diabolico disegno di Jago. Il leone, del resto, nell’opera di Verdi simboleggia sia la Serenissima sia lo stesso Otello; per cui, alla fine del terzo atto, quando Jago trafigge con la spada il mimo che rappresenta il Leone di San Marco, muoiono insieme Venezia e l’eroe che ne incarna la grandezza. Ma nel conflitto tra Leone e Idra, cioè fra bene e male, Ceresa sembra immaginare la vittoria di quest’ultima, con Jago che domina dall’alto, imperscrutabile e imperturbabile, l’agonia di Otello alla fine dell’opera. Un’osservazione conclusiva sulla scelta di presentare un Otello bianco, cioè non di colore. Ha ragione Ceresa quando la motiva col fatto che enfatizzare la componente razziale è riduttivo rispetto alla complessità dei sentimenti di Otello, che vanno oltre la questione del colore della pelle. Tuttavia questa opzione trascura un elemento importante della tragedia, che trae origine dal senso di inferiorità di Otello per la sua diversità etnica rispetto a quel mondo veneziano che pure l’ha accolto come un eroe e per la sua matura seriosità rispetto alla giovanile sfrontatezza di Cassio. Alla fine della serale di venerdì 29 novembre, il teatro gremito al massimo della capienza ha riservato agli artefici dello spettacolo un successo ai limiti dell’entusiasmo. Adolfo Andrighetti

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