torna al sito di asterisco

FENICE:“FALSTAFF” TRADIZIONALE? NO, SEMPLICEMENTE “FALSTAFF”

alcune altre interviste a

Si è conclusa l’edizione 2023 dei Campionati Nazionali Universitari invernali, che hanno avuto anche quest’anno la base operativa in Val di Zoldo. La manifestazione, inserita nel calendario ufficiale della F.I.S. (International Ski Federation), è stata organizzata da FederCUSI e C.U.S. Venezia dal 20 al 22 Marzo scorsi, grazie al supporto delle Università Ca’ Foscari e Iuav di Venezia, del comprensorio della Val di Zoldo e con il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Belluno. Il Presidente di FederCUSI, Antonio Dima, saluta l’evento, dichiarando: «62° edizione dei Campionati Nazionali Universitari invernali: una soddisfazione ed un orgoglioper  questa edizione in particolare, essendo la prima targata FederCUSI sul piano nazionale. I C.N.U. invernali ed i Giochi Sportivi Universitari di Sci sono un bell'esempio di sviluppo integrato e sostenibile dello sport universitario a 360 gradi. Ringrazio il C.U.S. Venezia per l'impegno e l'organizzazione». «Grazie alla solida sinergia con il territorio della Val di Zoldo ed il supporto di FederCUSI, siamo riusciti anche quest’anno a proporre un evento di qualità, nonostante le difficoltà dovute alla temperatura, che ci ha obbligato a spostare le gare FIS sulla pista Civetta. A tal proposito tengo a ringraziare per la disponibilità e la collaborazione anche Alleghe Funivie - dichiara il Presidente del C.U.S. Venezia, Massimo Zanotto – È la quinta edizione, che organizziamo consecutivamente e siamo particolarmente felici del riscontro avuto a livello di iscrizioni con oltre 270 richieste per giornata di gara. Anche quest’anno si è registrato un successo per le iscrizioni di atleti stranieri: 104 atleti in rappresentanza di 25 Nazioni, di cui ben 9 da fuori Europa (Canada, USA, Cile, Australia, Nuova Zelanda, Cina, Hong Kong, Giappone e Iran). Un bel segnale in attesa della nuova sfida rappresentata dall’organizzazione della prima edizione dei Campionati Europei Universitari Invernali, che organizzeremo sotto l’egida dell’EUSA (European Universities Sport Association) dal 19 al 22 Dicembre sempre in Val di Zoldo». Il Sindaco del Comune di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin, ha così commentato l’evento: «I Campionati Nazionali Universitari invernali 2023 consolidano il sodalizio tra Val di Zoldo e mondo sportivo universitario, rafforzando la nostra convinzione a proseguire nel creare importanti sinergie negli anni futuri. Questo è anche confermato dal supporto, che stiamo dando in questi giorni all'European University Sport Association (EUSA), che organizza qui, insieme alla Federazione Internazionale FISU, il seminario annuale per le federazioni universitarie europee, in vista dell'ospitalità, in Val di Zoldo, della prima edizione degli European Universities Winter Championships di Dicembre 2023». Cancellato, purtroppo, lo slalom speciale di mercoledì a causa dell’ulteriore innalzamento delle temperature, le gare di slalom gigante sono state di ottimo livello e molto combattute. Nella gara di lunedì, Elena Lazzeri del C.U.S. Roma ha conquistato il titolo di Campionessa Italiana Universitaria ed anche il primo posto nella gara FIS, seguita dalla cilena Matilde SCHWENCKE. Nella gara maschile il titolo italiano è andato ad Alessio Gottardi del C.U.S. Ferrara, mentre la gara FIS ha visto l’affermazione di Jan Plunger del Seiser Alm Ski Team di Castelrotto (BZ). Martedì la competizione era valida solo per il ranking FIS. La gara femminile è stata vinta da Giorgia Felicetti dello Ski Team Cavalese. Nella prova maschile, al primo posto Simone Gallina dello Ski Team Alpe Cimbra, mentre è da sottolineare il terzo posto di Kevin Qerimi, prima medaglia di un atleta albanese in questi cinque anni. Successo anche per i Giochi Sportivi Universitari di sci, aperti a tutto il mondo universitario (studenti, personale universitario e dirigenti C.U.S.I.) e riproposti per il secondo anno. Spirito di gruppo e divertimento hanno caratterizzato le gare degli 80 partecipanti in rappresentanza di 8 C.U.S. . Il C.U.S. Genova ha vinto la classifica, seguito da Bologna e Venezia. L’evento, è stato supportato da Antenore Energia, main partner del C.U.S. Venezia e da StiorePack S.r.l., partner tecnico del C.U.S. Venezia. Giovedì è poi iniziato il seminario di EUSA e FISU, che vede la partecipazione di oltre 21 Federazioni Nazionali Universitarie da tutta Europa. Nelle tre giornate vengono presentati i futuri progetti sportivi, mondiali ed europei, nonchè analizzati gli eventi conclusi in anni recenti.
Dal 20 al 22 Marzo, per il quinto anno consecutivo, saranno la Val di Zoldo e l’organizzazione del C.U.S. Venezia ad ospitare i Campionati Nazionali Universitari (C.N.U.) invernali, in collaborazione con le Università Ca’ Foscari e Iuav nonchè con la locale Amministrazione Comunale e la Provincia di Belluno. Le gare valgono anche come punteggio F.I.S. e quindi vedranno la partecipazione di una settantina di atleti stranieri (in rappresentanza di 4 continenti), che si aggiungeranno ai circa 180 partecipanti italiani. La manifestazione, giunta alla 62° edizione, si articola in due slalom “giganti” (lunedì valido F.I.S. più titolo maschile e femminile C.N.U.; martedì valido solo F.I.S.) e in uno “speciale” (mercoledì, valido F.I.S. più titolo maschile e femminile C.N.U.). “Non possiamo che essere soddisfatti ed orgogliosi del nostro lavoro – commenta Massimo Zanotto, Presidente del C.U.S. Venezia – Il ritorno dei Campionati Nazionali Universitari Invernali ed ora l’assegnazione dei primi Campionati Europei sono un importante riconoscimento ad una capacità organizzativa, forte di una tradizione maturata negli anni e sviluppata in sinergia con il territorio.” Complici gli impegni di studio, a rappresentare il C.U.S. Venezia sarà quest’anno un solo atleta: Alvise Verardo. Le gare si svolgeranno al mattino mentre, nel pomeriggio di lunedi e martedì, andranno in scena i Giochi Sportivi Universitari, indirizzati a dipendenti, docenti, studenti non agonisti degli Atenei italiani. Partner dell’edizione 2023 dei Campionati Nazionali Universitari sono Antenore Energia, Società Impianti Val di Zoldo, Consorzio Turistico Val di Zoldo, Pro Dolomiti. Terminati i C.N.U. si terrà, fino a domenica 26 marzo sempre a Val di Zoldo, un seminario della E.U.S.A. (European University Sport Association), dedicato alla programmazione delle prossime attività internazionali; in tale occasione, sarà annunciata la prima edizione dei Campionati Europei Universitari Invernali: avranno luogo dal 18 al 22 Dicembre prossimi in Val di Zoldo per organizzazione del C.U.S. Venezia in collaborazione con FederCusi.
Più pericoloso del PM 10, che ammorba la Pianura Padana in assenza di piogge dilavatrici, il PM 2.5, prodotto in alcuni cicli industriali (acciaierie, cementifici, ecc.) e deleterio soprattutto per l’apparato respiratorio, ha ora un’innovativa soluzione di contrasto “Made in Italy”: l’idea è della padovana Idrobase Group che, dopo aver lanciato il primo cannone sparanebbia a 120 bar per abbattere le polveri sottili, anticipa i competitor mondiali e propone la formula del noleggio a manutenzione programmata, iniziando da mercati più evoluti quali Giappone e Korea. «Il nostro obbiettivo è garantire costi certi predeterminati, azzerando il rischio di rotture e conseguenti fermi macchina – indica Bruno Ferrarese, co-Presidente dell’azienda di Borgoricco, di ritorno da una missione nel Far East – A questa nuova sfida commerciale stiamo facendo conseguire un’opportuna ristrutturazione della rete distributiva». Novità interessante di questa strategia è la prossima nascita di Idrobase Japan, sulla base delle analoghe esperienze in Korea e Francia; obiettivo primo è la commercializzazione dei cannoni sparanebbia in un Paese ad accresciuta sensibilità ambientalista. Più ambizioso è il target per Idrobase Korea dove, grazie alla strategia dell’efficienza costante, si punta al raddoppio del fatturato, guardando soprattutto ai cantieri edili ed all’industria dell’acciaio. E’ la manutenzione programmata, infine, l’asset, con cui Idrobase Group punta anche a consolidarsi sul mercato statunitense, dove è stata individuata una rete di distributori con l‘obiettivo di aumentare un fatturato, che oggi rappresenta il 5% di quello aziendale. «Ci impegniamo – precisa Ferrarese – a fornire un pacchetto completo per offrire massima garanzia al mercato: dai pezzi di ricambio ad ausilii per garantire efficienza costante, fino alla formazione del personale. L’usura delle macchine deve essere anticipata dalla costante manutenzione che, forti della nostra esperienza, siamo in grado di assicurare, unici al mondo». La partita, infatti, è molto importante, non solo in termini di business, per chi fa del “Respira Aria Sana” la propria filosofia d’impresa: basti pensare che le micropolveri PM 2.5, possono raggiungere i bronchi e perfino gli alveoli, entrando nel ciclo sanguigno e nelle cellule, aumentando sensibilmente il rischio di cancro a polmoni, intestino, colon e seno. Con lo stesso obiettivo, Idrobase Group è convinta promotrice con la trevigiana MVT – Mion Ventoltermica e la novarese Sibilia di “Safebreath.net”, la prima rete d’impresa italiana per l’abbattimento delle polveri sottili; il network operativo prosegue ed il marchio sarà presente in prossimi appuntamenti fieristici. Nell’head quarter italiano di Idrobase Group, infine, proseguono i lavori di ristrutturazione, seguiti al grave incendio dello scorso Luglio e la cui inaugurazione è già prevista esattamente ad un anno di distanza: già ora, però, i magazzini verticali sono saliti a 4 (3 per la logistica ed 1 per la produzione) per supportare il programmato aumento di fatturato 2023, indicato in +20%.
“Il matrimonio segreto”, composto da Domenico Cimarosa su libretto del poeta di Martellago Giovanni Bertati, fu rappresentato a Vienna, auspice e mecenate l’imperatore Leopoldo II, il 7 febbraio 1792 ed ottenne un clamoroso successo. Correvano tempi difficili. La rivoluzione francese, deflagrata nel 1789, si preparava a dare il peggio di sé e il re di Francia Luigi XVI sarebbe stato decapitato l’anno successivo. In un contesto così turbolento, la rappresentazione di un’opera come “Il matrimonio segreto”, mirabile per la serena allegria che sprigiona all’interno di una cornice formale di perfetto equilibrio, poteva servire ad illudere che un certo tipo di mondo, fondato sulla stabilità di valori certi e consolidati, rimanesse in piedi nonostante la crisi. Per ragioni simili a quelle che avevano incantato la corte di Vienna, anche oggi questo lavoro non rappresenta soltanto un gradevole recupero museale, ma possiede qualcosa di significativo da comunicare al nostro presente lacerato, disorientato, sradicato, al quale contrappone, con il garbo ed il sorriso, un equilibrio ordinato ed armonioso, l’eleganza e la purezza della creazione artistica, la codificazione entro precisi limiti formali della serenità e dell’allegria attraverso soprattutto lo sgorgare felicissimo, gioioso, sorgivo della melodia. La ricerca della bellezza e dell’armonia non è mai banale, in quanto corrisponde ad una strutturale necessità dell’uomo, che aspira, anche nella propria quotidianità, ad una serenità superiore all’interno della quale comporre e risolvere le mille contraddizioni della vita. “Il matrimonio segreto”, con i limiti di una creazione artistica ma anche con chiarezza solare, dà ali e respiro a questo desiderio ineliminabile, curando le umane ferite con il balsamo del suo universo sonoro, all’interno del quale, come scrive Lorenzo Arruga ne “Il teatro d’opera italiano”, si incontra “la freschezza zampillante della felicità”. Che poi l’incanto si sia riproposto in questa occasione alla Fenice con tutta la sua cristallina evidenza, lasciando lo spettatore in quello stato di appagata beatitudine che richiama le stupefazioni dell’infanzia, sarebbe eccessivo affermarlo. Certo, tutto funziona nel complesso, ma manca quel pizzico di magia indispensabile per far lievitare lo spettacolo oltre il limite della collaudata professionalità e permettergli di approdare all’incantesimo, alla meraviglia. Così, il maestro Alvise Casellati, pur nell’economia di una conduzione apprezzabile e godibile, sembra talvolta spingere l’orchestra verso sonorità che si vorrebbero meno turgide, più leggere e trasparenti, lasciando desiderare in certi passi, a cominciare dalla ouverture, una ricerca più accurata di grazia, finezza e trasparenza. Così lo spettacolo, firmato per la regia da Luca De Fusco (scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta, disegno luci di Gigi Saccomandi), è simpatico e gradevole, perché i protagonisti si muovono bene sul palcoscenico, sono caratterizzati in maniera precisa, sanno dove devono mettersi e cosa fare. E perché la scena – una sorta di quadreria fatta di sole cornici con poche e consuete suppellettili solo nel secondo atto – è vivacizzata dalla trovata di riempire i vuoti lasciati dai quadri assenti con delle immagini che esprimono i desideri, i pensieri e i retropensieri dei protagonisti. Che poi il regista abbia motivato questa scelta col fatto che una delle caratteristiche principali de “Il matrimonio segreto” sarebbe costituita dallo scarto tra immaginazione e realtà vissuto dai personaggi, sembra un particolare secondario, a fronte dell’oggettiva riuscita della sua intuizione di rappresentare le fantasie di chi sta in scena: in effetti, tutte le trame operistiche senza eccezioni prendono più o meno vita in virtù della distanza che separa, talvolta comicamente, talvolta tragicamente, il mondo che i personaggi immaginano e desiderano da quello reale. Tutto bene e tutto a posto, dunque, nell’allestimento. Ma anche niente di memorabile. A meno che non si voglia considerare tale – e di questi tempi potrebbe anche essere il caso – l’ambientazione e gli appropriati costumi, che rispettano i tempi originali dell’azione. Anche sul cast, quasi interamente al debutto nei ruoli rispettivi, si possono fare osservazioni simili. Si impone su tutti – e non può essere un caso - l’unico non debuttante, cioè il baritono Omar Montanari, che sa mettere a frutto la qualificata esperienza nel repertorio brillante per incarnare un conte Robinson proprio a puntino, per la vocalità corposa e rotonda, la varietà e la proprietà del fraseggio, l’esemplare chiarezza nell’articolazione della parola, la sobrietà e la disinvoltura in scena. Il tenore Juan Francisco Gatell è un Paolino ben calibrato per l’abilità e la cordialità con cui restituisce, attraverso la brillante vocalità tenorile, l’insicurezza venata di pavidità che contraddistingue il personaggio. Meno persuasivo il Geronimo di Pietro Di Bianco, la cui interpretazione del personaggio risulta un po’ anonima e il cui rendimento vocale non sembra favorito da una fonazione poco fluida e spontanea. Sul versante femminile, è applaudita calorosamente dal pubblico la Carolina del soprano Lucrezia Drei, che, con intelligenza ed arguzia, sa mettere bene in evidenza la semplicità, la spontaneità, ma anche la combattività della sposa segreta, che, alle prese con problemi che si ingigantiscono scena dopo scena, non se ne lascia schiacciare ma si fa forza per affrontarli, per sé e per il marito Paolino. Il personaggio emerge in tutta la sua immediata simpatia, anche se, quando la voce sale, si ascoltano suoni metallici, puntuti, che fanno desiderare di essere meglio coperti e ammorbiditi. Bene in parte anche il soprano Francesca Benitez, un Elisetta che, fra l’altro, viene a capo con sufficiente perizia e disinvoltura delle impegnative colorature disseminate nella sua aria “Se son vendicata”. Pienamente apprezzabile, infine, la Fidalma del mezzosoprano Martina Belli, che tiene bene la scena con una presenza convinta e convincente, ed esibisce un timbro pieno, rotondo, di bel colore, ed un’emissione omogenea e ben appoggiata. Alla serale del 14 febbraio il pubblico applaude con calore, felice di essere ritornato per un po’ di tempo in quella sorta di infanzia dello spirito, nella quale esistono solo bellezza e gioioso divertimento. Adolfo Andrighetti
Nonostante sia giunto fino a noi in una versione frammentaria e dei dubbi rimangano sulla precisa identità dell’autore, il romanzo “Satyricon”, risalente al primo secolo d.C., non ha mai cessato di esercitare un certo fascino anche in epoca contemporanea: sarà l’atmosfera gaiamente e spensieratamente libertina che lo contraddistingue, sarà anche il pungente intento satirico e lo spirito avventuroso, resta il fatto che l’opera di Petronio Arbitro è fra le più conosciute di quelle giunte fino a noi dalla classicità romana; basti ricordare, in proposito, l’omonimo film di Fellini (1969). Qui però interessa l’opera in un atto del compositore veneziano Bruno Maderna (1920-1973), rappresentata il 16 marzo 1973 al Festival d’Olanda di Scheveningen sotto la direzione dell’autore, che morì quello stesso anno. Per la stesura del libretto – redatto utilizzando quattro lingue e cioè inglese, francese, tedesco e latino – Maderna si ispirò all’unica parte del romanzo giunta a noi intatta e cioè il banchetto di Trimalcione: acuminata satira delle ridicole manie di grandezza nutrite dai nuovi ricchi, categoria che nella opulenta Roma del primo impero doveva essere ben rappresentata ma che costituisce un pittoresco genere umano di perenne attualità. Il libretto è appunto la rappresentazione caricaturale della boria, ridicola ma anche ingenua, del ricchissimo Trimalcione (Trimalchio), che durante un banchetto celebra sé stesso per essersi fatto come si dice dal nulla, contando solo sulla propria abilità e sulla propria spregiudicatezza. Emerge tutta la volgarità di questo tronfio e borioso arricchito, che si esalta pensando ai milioni accumulati ma che rimane fastidiosamente rozzo nel suo lamento sulla stitichezza inguaribile da cui è afflitto e anche brutale quando parla della moglie Fortunata, alla quale l’epiteto più gentile che rivolge è quello di sgualdrina. Tuttavia anche gli aspetti più irritanti di Trimalcione, a cominciare dalla sua grandeur grassa ed esibita, sembrano riscattati almeno in parte da una certa comicità autoironica, una risata ammiccante con cui il ricchissimo crapulone li sdrammatizza, rendendoli, se non accettabili, almeno perdonabili. In quel corpaccione gonfio di cibo e di vino, poi, magari batte un cuore a suo modo generoso, dal momento che, forse ricordando di essere stato un liberto, promette di affrancare i propri schiavi e, quando sarà il momento, di concedere loro un lascito testamentario, riconoscendo che la loro umanità non è diversa da quella delle altre persone. Insomma, c’è da chiedersi se sia corretto avere una concezione così negativa del Trimalcione di Maderna o se invece, sotto la scorza del rozzo arricchito che si concede il privilegio di essere sé stesso senza ipocrisie, non si nasconda un’umanità più vera rispetto a quella di chi gli sta attorno. L’operina di Maderna, in un atto, è un divertissement in cui il compositore sembra divagarsi variando di continuo stili e modi, alternando recitato, recitativo, declamato, arioso, e impreziosendo la partitura di ammiccanti citazioni. I diversi pezzi, quasi dei numeri chiusi, di cui si compone l’opera, sono collegati da cinque sezioni su nastro magnetico, nelle quali è registrata una sorta di miscellanea sonora composta da suoni musicali, voci umane, persino versi di animali, a creare l’immagine di una realtà musicale – e quindi di una realtà tout court – confusa e indefinita; quella di Trimalcione come quella di oggi, naturalmente. “Satyricon” viene riproposto alla Fenice in occasione del cinquantesimo anniversario della prima rappresentazione e della morte del compositore veneziano, dopo essere comparso al Teatro Goldoni nel 1998. La concertazione e direzione sono affidate al maestro Alessandro Cappelletto a capo dell’Orchestra della Fenice, mentre la regia è di Francesco Bortolozzo, con i collaboratori Andrea Fiduccia (scene), Marta Del Fabbro (costumi), Fabio Barettin (disegno luci), Giovanni Sparano (regia del suono). Lo spettacolo è concepito come una proiezione surreale, in un presente senza tempo, dell’antica vicenda narrata da Petronio Arbitro. L’impressione di una dimensione onirica, sospesa fra sogno ed incubo, è data dal palcoscenico quasi nudo, solo dei pannelli grigiastri a delimitarlo ai lati e ben pochi elementi di arredo, soprattutto il tavolo della cena proverbiale a chiudere orizzontalmente lo spazio in fondo; dai costumi, le cui fogge moderne e i colori sgargianti ben si intonano con le luci, che cambiano continuamente colore ed intensità pur rimanendo prevalentemente chiare, crude, quasi violente. In questo contesto così sovraesposto si muovono i solisti, i cui atteggiamenti sono accuratamente studiati dalla regia; e cinque bravi mimi, che conferiscono dinamismo e vivacità ad un palcoscenico altrimenti statico a causa di un libretto che non ha consistenza drammaturgica ma consta di tanti pezzi staccati giustapposti fra loro e, come prevedeva lo stesso Maderna, ricomponibili secondo un ordine affidato alla fantasia degli esecutori. Ricordiamoli subito questi cinque ragazzi, così ben preparati e affiatati: Estella Dvorak, Emanuele Frutti, Roberta Piazza, Giulio Venturini, Aaron Weber. Il palcoscenico è dominato dall’eccellente Trimalcione del tenore Marcello Nardis, di rosa vestito ad enfatizzare, se mai ce ne fosse bisogno, la sua presenza imponente. L’artista dà il meglio di sé nella realizzazione scenica del personaggio ed è dotato di voce perentoria e squillante anche nelle improvvise ascese all’acuto. Sorprende, invece, che il suo personaggio non possieda quelle caratteristiche di sfrontatezza, di sbruffoneria, che dovrebbero essergli coessenziali e si presenti invece frastornato, incerto, timido, a dare l’impressione di un’umanità precaria anche sotto il profilo mentale. Resta il fatto che questo smarrito Trimalchio, che sembra piombato lì quasi per caso a differenza dei suoi commensali in apparenza più strutturati, ad un certo punto si mette ad effondere sangue e a consegnare l’Eucaristia ai presenti, come una sorta di alter Christus. Sfugge il senso di questa trasfigurazione, che appare arbitraria nel contesto dello spettacolo e alla quale non si riesce a dare altro significato se non quello di una gratuita provocazione, di quelle oggi tanto di moda. Molto centrato l’Habinnas del tenore inglese Christopher Lemmings, cui è affidato il boccaccesco racconto della matrona di Efeso e che dimostra pieno controllo sia del palcoscenico sia dello stile vocale richiesto da questo repertorio. Altrettanto si deve dire della Fortunata del mezzosoprano Manuela Custer, che va apprezzata non solo per la gloriosa carriera già percorsa ma anche per il valore delle sue attuali performance artistiche. Ben centrato anche l’Eumolpus del basso Francesco Molinari e a posto anche il Niceros del bravo baritono William Corrò e la Criside del mezzosoprano Francesca Gerbasi. A tutti, solisti ed orchestra, ha dato il suo prezioso supporto dal podio il maestro Alessandro Cappelletto, tenendo in mano con precisione le fila della non facile partitura. La pomeridiana di sabato 28 gennaio ha fatto registrare un caldo, cordiale successo da parte del numeroso pubblico presente. Adolfo Andrighetti
“Respira Aria Sana a 360°”, obiettivo strategico della padovana Idrobase Group, si arricchisce di una novità di rilevanza mondiale: è stato, infatti, realizzato il primo cannone “sparanebbia” a 120 bar, capace di eiettare miliardi di microgocce leggermente più grandi delle particelle inquinanti di PM 2.5, garantendone così il completo abbattimento. L’esposizione alle polveri sottili è un’acclarata causa di cancro ai polmoni, al colon ed all’intestino; le aree e le città industriali sono quelle a maggior rischio (solo in Europa si stimano oltre 400.000 morti all’anno), soprattutto nei Paesi in rapida crescita economica. Il nuovo prodotto della linea “Elefante”, leader di settore (migliaia di precedenti modelli sono presenti da anni soprattutto sul mercato cinese), è accompagnato, nel catalogo 2023 della “multinazionale tascabile”, da un’altra, importante novità “Made in Italy” per la salubrità degli ambienti: l’apparecchio BKM destinato ad eliminare virus, tra cui il Covid e di cui viene presentata la versione 3.0, frutto della ricerca con l’Università di Padova e destinata a mantenere salubri ambienti ampi (fino a 200 metri quadri). Si tratta di un purificatore d’aria per ambienti indoor, che sfrutta la tecnologia UV-C per abbattere direttamente patogeni aerodispersi; attiva inoltre un foto-catalizzatore, a base di nano-particelle di titanio, che riduce la concentrazione dei composti organici volatili (VOC) nell’aria. Lo sviluppo del dispositivo è durato 10 mesi e si è basato sulle sperimentazioni eseguite su n-decano, toluene, formaldeide, tricloroetilene, acetone, per quanto riguarda i VOC; su escherichia coli, per quanto riguarda i patogeni. A questo proposito, si è considerata la scala di resistenza indicata dalla Food and Drugs Administration (FDA), che individua la categoria dei batteri tra le più resistenti alle operazioni di disinfezione tra i microorganismi, anche rispetto ai virus a barriera lipidica come i Coronavirus. «Per Idrobase Group, il 2023 sarà un ulteriore anno di sfide sui mercati globali - afferma il Co-presidente del gruppo di Borgoricco, Bruno Ferrarese, che indica una potenzialità di crescita del 20% nel fatturato, chiusosi positivamente anche nel 2022, nonostante l’incendio, che a luglio distrusse uno dei magazzini, il cui nuovo capannone sarà significativamente inaugurato ad un anno di distanza assieme a rinnovati uffici aziendali - Sarà un anno indirizzato ad una crescente internazionalizzazione del nostro business; per questo, a fine mese, saremo impegnati in una missione commerciale, che toccherà Stati Uniti e Giappone, mentre in Korea e Vietnam stringeremo nuovi accordi per migliorare la nostra presenza sui mercati del Far East».
Trasformare la demolizione del capannone reso inagibile dall’incendio del 10 Luglio scorso in un test probante per le più moderne tecnologie nell’abbattimento delle polveri PM 2.5 e PM 10 in ambiente industriale, da cui è recentemente nata la rete d’impresa “Safebreath.net” con la piemontese Sibilia e la trevigiana MVT – Mion Ventoltermica: così, l’opera del mezzo speciale per l’abbattimento della costruzione sinistrata è in questi giorni accompagnata dall’azione dei macchinari Idrobase (cannoni sparanebbia, moduli e linee misting, idropulitrici) per l’abbattimento delle polveri al suolo e la pulizia delle superfici. “In questo modo chiunque può verificare l’efficacia dei nostri sistemi. Trasformare la crisi in opportunità: è questa la sfida, che permea l’azione di Idrobase Group dal 9 Luglio scorso, quando un incendio ha distrutto un magazzino nella sede di Borgoricco, mandando in fumo prodotti in consegna per 1.300.000 euro e danneggiando altre strutture aziendali. Da subito, abbiamo riorganizzato la catena produttiva, riadattando la logistica aziendale e motivando il team, non puntando a ristrutturare l’esistente, ma facendo del sinistro l’occasione per programmare un nuovo futuro” evidenzia il Co-presidente, Bruno Ferrarese. “Fare di necessità, virtù”: così l’altro Co-presidente, Bruno Gazzignato, presenta la scelta di dotarsi di ben 4 magazzini verticali con oltre 200 “cassetti”, la cui gestione è robotizzata: 3 impianti saranno a servizio della logistica ed uno servirà la produzione. “E’ un’autentica rivoluzione organizzativa, che ci permetterà di non occupare una superficie di 1924 metri quadrati, destinandola altresì a nuove linee produttive” annuncia Gazzignato. “La nostra – conclude Ferrarese – è la resilienza dell’ottimismo, che cercheremo di trasmettere anche attraverso il nuovo catalogo, ma che soprattutto ci sta permettendo di chiudere il 2022 con un fatturato di 15 milioni di euro, in linea con quanto realizzato l’anno scorso, nonostante la difficile contingenza economica, la crisi internazionale e le evidenti difficoltà dovute all’incendio.”
Sono “Uomini e donne della Bonifica” (rappresentati da ANBI Veneto) ed il Comune di Cavallino Treporti, i vincitori dell’annuale Premio A.R.G.A.V. (Associazione Regionale Giornalisti Agroambientali di Veneto e Trentino Alto Adige), attribuito annualmente dal Direttivo a personaggi e realtà, che con la loro attività illustrino il territorio veneto. Recitano le motivazioni: a Uomini e donne della Bonifica per il quotidiano, silenzioso ed attento lavoro a servizio del territorio, ancora più prezioso in quest’anno straordinariamente siccitoso al Comune di Cavallino Treporti per fare dell’ospitalità un segno distintivo tra valorizzazione del territorio e del patrimonio umano La cerimonia, anticipata dall’assemblea associativa di fine anno, si terrà sabato 10 Dicembre prossimo, alle ore 12.00, nel salone del ristorante Villa Contarini, a Monselice (Padova) e precederà il tradizionale pranzo di Natale dell’Associazione. Il Premio ARGAV ha come finalità quella di "premiare persone meritevoli e di dare lustro all’associazione" e si pone l’obiettivo di dare un riconoscimento agli esponenti della cultura/giornalismo veneti o trentini che abbiano positivamente illustrato le terre, cui fa riferimento l'associazione. Inoltre premia personalità che si siano particolarmente distinte per le capacità di comunicare, tutelare e sensibilizzare l’opinione pubblica trattando argomenti come l’agricoltura, l’ambiente, il paesaggio rurale, i prodotti tipici, il mondo della comunicazione mantenendo un’informazione obiettiva, corretta e preparata. Nel 2021 il premio (nella foto il momento della consegna) era stato assegnato alle “Mamme No Pfas” e ritirato, in rappresentanza dell’associazione, da Cristina Cola, Michela Zamboni e Patrizia Zuccato.
«Anche le migliori opportunità naufragano senza un’adeguata e corretta comunicazione: è successo così per il Superbonus, rischia di succedere altrettanto per le comunità energetiche»: ad affermarlo è Lino Bertin, Presidente ANACI (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali ed Immobiliari) Veneto, a margine del convegno “Luci ed Ombre” organizzato a Conegliano per iniziare ad approfondire le nuove tematiche. «È necessario formarci per poter adeguatamente informare - prosegue Bertin - Ovunque c’è una grande necessità di condividere le nuove opportunità, che non solo permettono di risparmiare sulle bollette, ma incentivano la produzione di energia rinnovabile». L’interesse di ANACI è indirizzato a edifici che, grazie al posizionamento di pannelli fotovoltaici, possano scegliere tra l’autoconsumo dell’energia prodotta o il trasformarsi in comunità energetica che, dopo aver assolto le necessità condominiali, cede il surplus di energia ad altri soggetti collegati o ad un gestore di rete. «È un’opportunità da perseguire con professionalità» aggiunge il Presidente nazionale di ANACI, Francesco Burrelli che, per quanto riguarda il Superbonus, rende noto che si sta valutando di posticipare al 31 Dicembre il termine ultimo del 110% per permettere di rientrarvi ancora a qualche condominio; non si hanno però finora novità. «Le uniche certezze sono due – conclude Burrelli – La prima è che nelle 153 pagine della Legge Finanziaria non c’è alcuna riga dedicata al Superbonus; la seconda è che a beneficiarne finora non sono certo state le fasce popolari. A fronte di circa 180.000 pratiche accolte per villette, sono state solo circa 38.000 quelle interessanti condomini. Eppure in Italia sono oltre 40 milioni le persone, che vivono in circa 1 milione di edifici con più appartamenti. Le ripetute incertezze applicative hanno ormai fatto perdere la fiducia in uno strumento altresì importante per rendere meno energivoro un patrimonio edilizio datato; ora servono solo regole certe e pagamenti dilazionati in un piano decennale per ristrutturare gli immobili».
Lo “Space Tour” di Andrea Vettoretti sbarca in Inghilterra in uno dei luoghi più importanti per la musica: il Kings Place di Londra. “Quantum One”, il nuovo album e progetto artistico del chitarrista e compositore trevigiano, è in tour in Europa: dopo Portogallo e Spagna ora è la volta della capitale inglese.  Il Kings Place si trova in un inconfondibile edificio moderno (opera di Dixon Jones), costruito nel 2008 e che ben si integra con la suggestiva darsena adiacente, il Battlebridge Basin: le facciate in vetro ondulato richiamano, infatti, la superficie dell'acqua. Inquilino di spicco è lo storico quotidiano 'The Guardian', mentre al piano interrato si trovano spazi destinati alle performance musicali. La Hall 1 è rinomata per l'eccezionale acustica: la struttura in legno del soffitto è stata ricavata dal tronco di un'unica quercia plurisecolare e speciali cuscinetti in gomma eliminano ogni disturbo. L’album di Vettoretti, disponibile in cd e su tutte le piattaforme digitali, è prodotto da Paolo Dossena e pubblicato da Compagnia Nuove Indye; su You Tube è anche pubblicato un videoclip animato del brano “Space is Freedom”, poetico viaggio dell’uomo attraverso lo spazio – tempo dell’universo, corredato dalla lettura del primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani da parte dell’attrice Sabrina Impacciatore, ora impegnata negli Stati Uniti a seguito del grande successo della serie “The White Lotus”, dove è una delle protagoniste.   Il progetto “Quantum One” è frutto di un lavoro durato tre anni, assieme ad importanti collaborazioni scientifiche, con l’obbiettivo di sensibilizzare ad una nuova visione del nostro pianeta e del convivere; nel cd, con Andrea Vettoretti suonano Riviera Lazeri al violoncello e Fabio Battistelli al clarinetto.  Prestigiosa è la collaborazione con il “Grammy Award”, Andrew York, co-autore ed interprete del brano “Qubit”, special track dell’album. In questo lavoro Andrea Vettoretti interagisce con i suoni cosmici, creando eleganti suggestioni; grazie alla collaborazione con l’astrofisico, Paolo Giommi (Agenzia Spaziale Italiana ed ONU) e con il divulgatore scientifico, Fabrizio Marchi, il musicista esplora le armonie sonore dello spazio, unendole alla musica per creare un’unica, poetica energia. L’ascoltatore può cosi` scoprire suoni primordiali come i 3° K emessi dopo il Big Bang, le stelle Pulsar, le “sinfonie” emesse da galassie come la Via Lattea oppure il suono dei buchi neri, chiamati QPOs. Il percorso musicale di “Quantum One” comincia dalla prima luce dell'Universo fino ad atterrare sul nostro Pianeta, dove il canto delle megattere ci riporta all’elemento primigenio della vita: l’acqua.   “La musica è il segnale più forte, che l’uomo possa diffondere in armonia con il cosmo” dichiara Andrea Vettoretti, riconosciuto caposcuola del “New Classical World”, genere musicale che, partendo da una matrice classica, vira verso raffinate sonorità per coinvolgere pubblici più ampi.

alcuni argomenti simili


Notice: Undefined variable: vtype in /var/www/asterisconet.it/www/appr/app_film.php on line 44

Notice: Undefined variable: vtype in /var/www/asterisconet.it/www/appr/app_film.php on line 48




Il rapporto con Shakespeare percorse tutta la vita di Verdi, nell’impegno continuo da parte di questi di carpire all’ammiratissimo drammaturgo inglese i segreti più reconditi per tradurli in parola scenica, per farne l’anima e la vita di un teatro in musica che sapesse cogliere l’essenza dell’uomo ed elevarla al livello di verità artistica. Ed è singolare che questo rapporto, dopo essere passato per gli abissi tragici di “Macbeth” e “Otello” e aver solo sfiorato quelli di un “Re Lear” che non vide mai la luce, dovesse avere come ultimo approdo “Falstaff”. Una “commedia lirica”, cioè, ispirata a due lavori di Shakespeare: “The Merry Wives of Windsor”, commedia a sua volta, e il dramma storico “Henry IV. Ma Verdi non era uomo - e quindi non era artista – da trattare in maniera facile e superficiale neppure una materia in apparenza disimpegnata. E dalle vicende riguardanti sir John Falstaff, obeso crapulone ricco di un’aristocratica dignità, non trae, come scrive Lorenzo Arruga “un’opera buffa, ma un’opera seria rovesciata”; cioè una parabola sulla vita e sulla morte guardate entrambe da un punto di vista eccentrico rispetto all’usuale. Quanto poi questa parabola tradotta in musica ed in canto riguardi l’uomo Verdi, quanto cioè il compositore-contadino di Roncole si riconoscesse, al tramonto della propria esistenza, nel gaudente eppure crepuscolare baronetto, è impossibile a dirsi. Mentre è certo che il personaggio Falstaff può elevarsi ad archetipo di un certo modo, sempre attuale, di attraversare la vita come fosse un grande parco dei divertimenti, godendo ora di un’attrazione ora di un’altra con insaziabile golosità e non arrendendosi neppure agli inequivocabili ed ineludibili segnali lanciati dal trascorrere degli anni; anzi, ignorando finché si può i “peli grigi” e rilanciando senza stancarsi sul tavolo della vita come un giocatore di poker deciso a provare il brivido dell’ultimo bluff con i pochi spiccioli che gli rimangono. Perché, per Falstaff, la realtà è sempre attraente e appetitosa come una bella mela rossa e croccante. E pazienza se chi gli sta attorno si accorge che l’attempato sir non ha più i denti per addentarla e lo sbugiarda e lo rende ridicolo. Non importa. Ciò che importa è aver vissuto sempre, fino in fondo e fino all’ultimo, non fuggendo mai davanti alla sfida neppure quando buon senso e dignità l’avrebbero suggerito, ma affrontandola a viso aperto, con coraggio ed ottimismo, accettando le sconfitte con lo stesso sorriso di aristocratica superiorità con cui si vivono le vittorie; perché “tutto nel mondo è burla” e, davanti alla ruota del tempo che ci macina inesorabilmente, siamo “tutti gabbati”. A questa storia Verdi dedica un lavoro minuzioso, accuratamente rifinito, di puro cesello. Ne esce una partitura che è come un mosaico o un arazzo di assoluta eleganza, composto di innumerevoli tessere o fili intrecciati multicolori, raffinati, tersi, trasparenti. Ma tutti questi splendidi frammenti richiedono di essere ricompattati secondo una visione unitaria sotto il profilo sia musicale sia teatrale. Ed è forse questo il problema più impegnativo che deve risolvere chi dirige e chi mette in scena “Falstaff”, anche a causa di un libretto erudito e raffinato quanto si vuole ma forse carente nel fornire un sostegno drammaticamente solido alle note. E l’impressione di una concezione unitaria che tenga saldamente in pugno il materiale musicale e drammaturgico altrimenti frammentario, quasi sfuggente, si è avuta alla Fenice, ove “Falstaff” è stato presentato come spettacolo inaugurale della stagione lirica 2022-2023. Strutturalmente coerente e compatta è apparsa la lettura del maestro Myung-Whun Chung, che cerca tendenzialmente tempi riposati, larghi, soprattutto nel canto di conversazione, con il risultato che la parola scenica, fulcro della drammaturgia verdiana, ne esce valorizzata in ogni sfumatura; risultato particolarmente importante con un testo come quello di Boito, così ricco sul piano letterario da apparire perfino sovrabbondante. Questa agogica distesa si accompagna, nella concertazione del maestro sudcoreano, alla predilezione per sonorità piene, corpose, turgide talvolta, a cominciare dall’accordo che introduce l’opera, restituito con piglio decisamente robusto. Il risultato è una lettura originale, che valorizza il suono al punto che certe soluzioni armoniche e timbriche suonano nuove all’ascoltatore, al quale sembra di riscoprirle in quel momento, anche se il gusto, che si potrebbe definire di ispirazione romantica, per la bellezza e la pienezza sonore può andare talvolta a discapito della brillantezza e della briosità, caratteristiche coessenziali alla scintillante partitura. Questo limite tuttavia, non si registra certo nella parte conclusiva dell’Atto II, ove il tessuto sonoro che sostiene il parapiglia scatenato dall’irruzione di Ford in casa propria a caccia dell’amante della moglie, è restituito con una leggerezza così fluida e compatta da lasciare a bocca aperta. E onore al merito, qui ed altrove, all’orchestra della Fenice, sempre pronta e duttile nel rispondere alle richieste di un maestro del livello di Myung-Whun Chung. E unità e compattezza si trovano anche nello spettacolo firmato dal regista inglese Adrian Noble, con le scene di Dick Bird, i costumi di Clancy, il disegno luci di Jean Kalman e Fabio Barettin, i movimenti coreografici di Joanne Pearce. A dirla tutta, la novità vera di questo “Falstaff” non è rappresentata dalla presenza sul podio di Myung-Whun Chung, ospite graditissimo alle inaugurazioni della Fenice ormai da qualche anno, né dalla interpretazione di Nicola Alaimo, il cui sir John è senza confronti oggi e forse anche ieri; ma dal fatto che in un grande teatro d’opera, per giunta in occasione dell’apertura della stagione, si possa assistere ad uno spettacolo non trasportato cronologicamente in altra epoca, non rivisitato perché Verdi e compagnia hanno bisogno di essere attualizzati (!?), non eviscerato per rivelarne i contenuti reconditi, ma semplicemente messo in scena per raccontare una storia in modo bello, chiaro, comunicativo, lasciando che ad esprimersi siano il canto, la musica, il libretto e, finalmente, “autorizzando” lo spettatore a trarre le proprie conclusioni da ciò che vede e sente senza essere imbeccato. La messa in scena, infatti, è ambientata all’epoca di Shakespeare, e di quell’epoca coglie con arguzia, con gusto, con pertinenza, lo spirito e gli umori, attraverso un linguaggio semplice (attenzione, non semplicistico), lineare, comunicativo. Il lavoro sui singoli personaggi è attento, curatissimo, ognuno è caratterizzato nel migliore dei modi. Il resto lo fanno la scenografia, che riproduce con poche varianti nel corso degli atti la bella e suggestiva struttura lignea del Globe Theatre di Londra caro a Shakespeare; i costumi anch’essi d’epoca, veramente belli; l’appropriato disegno luci (perfetta l’atmosfera cupa e misteriosa creata durante l’aria delle corna di Ford). Arricchisce l’insieme senza appesantirlo la rappresentazione, di deliziosa eleganza, di alcuni momenti del “Sogno di una notte di mezza estate”, che fanno da sfondo al cicaleccio delle signore – il termine “comari” non rende giustizia al loro rango borghese – durante la parte seconda del Primo Atto. Semplice quanto efficace anche la messa in scena del finale, con un grande ceppo al centro del palcoscenico a simulare la foresta, una miriade di luci che scendono dall’alto a rappresentare lo stellato, la regina delle fate che avanza immobile dal fondo con effetto di buona resa orrorifica. Il regista spiega l’ambientazione dello spettacolo al tempo di Shakespeare con il fatto che quell’epoca in Inghilterra segna il passaggio fra cattolicesimo e puritanesimo, così come il “Falstaff” di Verdi rappresenta in qualche modo un ponte fra suggestioni medioevali - rintracciabili in quella sorta di cialtronesco rito di purificazione cui sir John è sottoposto nel finale – e il puritanesimo incarnato da Ford, il cui vero dio è il denaro, seppure inteso come premio del lavoro indefesso ed onesto. Ma questa spiegazione sembra voler rivestire di un abito intellettuale una scelta che non ha bisogno di giustificazioni, perché bella e convincente di per sé, perché è teatro vero e non elaborazione concettuale per pochi eletti. Nel cast giganteggia in tutti i sensi, quello metaforico come quello fisico, il Falstaff di Nicola Alaimo, che usa con somma finezza, intelligenza e senso teatrale uno strumento duttile, omogeneo, corposo, per sottolineare ogni variazione nel colore, nell’espressione, nell’intensità della parola scenica. Un solo esempio fra gli innumerevoli che si potrebbero portare: nella frase “Quest’è il mio regno. Lo ingrandirò”, riferita alla monumentale epa del protagonista, con il crescendo sulla “a” di ingrandirò il baritono asseconda mirabilmente, servendosi di un mezzo puramente musicale, l’immagine di trionfale espansione - dell’orgoglio di sir John simboleggiato dalla sua pancia - suggerita dalla situazione. L’interpretazione di Alaimo dà l’impressione di un caleidoscopio sonoro continuamente cangiante, assecondato attimo per attimo da una padronanza totale dell’atteggiamento e del gesto. Un Falstaff da spellarsi le mani, come effettivamente avviene, e chi se ne importa se si potrebbero registrare qualche effetto “parlato” o “falsetto” di troppo, qualche scoppio iracondo che sembra superfluo. È così eloquente, convincente, appariscente direbbe Boito, questo Falstaff, che non resta che applaudire. Il resto della compagnia è assolutamente all’altezza. Il Ford del bulgaro Vladimir Stoyanov è ammirevole per l’impostazione vocale e scenica, che ne fa un’emblematica figura di ricco borghese in perenne e diffidente difesa dei propri beni, la moglie come il denaro. Il baritono, poi, è del tutto convincente nell’aria delle corna per la completa adesione al momento psicologico espresso dalla musica. Bene assortito il gruppo delle signore di Windsor. L’Alice del soprano Selene Zanetti mostra vocalità sicura e ben tornita e una felice immedesimazione nel ruolo; elegante la Meg del mezzosoprano Veronica Simeoni; splendida Quickly, infine, quella del contralto Sara Mingardo, capace, con la sua arte e la sua esperienza, di restituire in pienezza il personaggio attraverso il canto, che si qualifica per intonazione, musicalità e misura pur non perdendo nulla in espressività, anziché attraverso effetti di dubbio gusto. Nella coppia degli amorosi, la Nannetta del soprano Caterina Sala è dolce e garbata quanto serve e mostra un’emissione sicura, anche se “Sul fil d’un soffio etesio” avrebbe meritato ancora più incanto e morbidezza, ma nell’esecuzione di certi pezzi rimane sempre un margine di miglioramento. Il Fenton del tenore USA René Barbera, se non mette in mostra quella disinvoltura e scioltezza di movimenti che un innamorato poco più che adolescente dovrebbe avere, esibisce però una vocalità preziosa, basata su di un’impostazione tecnica impeccabile, una linea di canto perfetta, un timbro delicato che si rinforza e si espande scintillante non appena la voce viene spinta verso l’alto. Niente da dire, se non cose positive, sulla coppia degli sciamannati servitori di sir Jhon, il Bardolfo del tenore Cristiano Olivieri e il Pistola del basso Francesco Milanese: entrambi perfettamente in parte, pittoreschi ma non esageratamente caricati, vocalmente adeguati con una piccola preferenza per la voce grave. Le medesime considerazioni valgono per il dr. Cajus del tenore Christian Collia. Puntuale e preciso il coro della Fenice diretto da Alfonso Caiani. Alla serale di martedì 22 novembre, resa possibile dal funzionamento del Mose nonostante fosse prevista un’acqua alta da record, lo spettacolo è stato accolto con gioioso entusiasmo da parte del pubblico che gremiva il teatro in ogni settore. Adolfo Andrighetti

Asterisco Informazioni di Fabrizio Stelluto - P.I. 02954650277